Le considerazioni si complicano ulteriormente nel momento in cui queste fotografie vengono inserite all’interno di un dispositivo fototestuale subendo così una seconda rilocazione. L’effetto di enunciazione dipende non solo dalla natura dei soggetti immortalati, ma dal nuovo contesto nel quale si situano. È opportuno quindi indagare la struttura del fototesto, la sua ripartizione interna, i percorsi di lettura che questo offre, oltre alle frizioni e agli attriti causati dalla disposizione reciproca di elementi testuali e fotografici.
Il libro si apre con la fotografia che raffigura la scritta ad opera del collettivo Acqua e Sapone a cui si deve il titolo di questo lavoro [fig.2], introducendo un primo importante tema: quello della riscrittura e della sovrapposizione. Seguono tre importanti zone soglia: un’introduzione di Edoardo Novelli e due brevi presentazioni, una di Giorgio Vasta intitolata Muri, saracinesche, vetrine e lamiere, e una di Alberto Negrin dal titolo Leggo prima i muri e poi i giornali. Queste poche pagine, oltre a presentare il lavoro, ne orientano anche la lettura. In ognuno dei tre testi è evidente il posizionamento di chi scrive, motivo per cui torneremo su questi aspetti nel prossimo paragrafo dedicato agli sguardi.
Il corpo del libro invece si articola in sedici capitoli ognuno dei quali è aperto da una fotografia a cui seguono un titolo, che spesso riprende la frase visibile nello scatto, e una breve descrizione che spiega il criterio con il quale sono state raggruppate le fotografie. Come si può capire si tratta di capitoli non consequenziali, indipendenti l’uno dall’altro, che propongono modalità differenti di attraversamento delle immagini. Il primo capitolo ad esempio, intitolato Chi mi ha strappato?, [fig. 3] raccoglie fotografie dedicate a materiali rovinati, strappati o lacerati; il sottotitolo riporta infatti «frammenti o interi crateri al centro di un manifesto. Un senso di disperazione, un segno violento. La storia a brandelli come unica storia possibile». Allo stesso modo sono presenti capitoli come il quarto (I deficienti) che raggruppano tutte le fotografie caratterizzate da espedienti di sovrapposizione e sovrascrittura; la descrizione afferma infatti «il racconto a strati del tempo italiano». Sono presenti inoltre capitoli a carattere tematico; il capitolo quinto (NO SI) raccoglie scatti di manifesti, locandine, scritte unicamente riguardanti il referendum sull’abolizione del divorzio tenutosi nel 1974. O ancora, un capitolo come Il quadro della situazione (capitolo sesto) raccoglie foto di materiali che adottano logiche di reframing, usando bacheche, finestre, portoni, saracinesche come cornici per i propri messaggi.
Va precisato che nonostante i capitoli siano indipendenti e non consequenziali non si tratta tuttavia di compartimenti stagni. I capitoli sono tutti in qualche forma e misura permeabili, dal momento che fotografie di materiali con le stesse caratteristiche o con lo stesso tema si trovano anche al di fuori del capitolo designato (per esempio fotografie che presentano strappi si possono trovare anche fuori dal primo capitolo).
Un aspetto retoricamente fondamentale è la successione delle fotografie. Queste, all’interno dei capitoli, sono disposte senza seguire nessun criterio né temporale, né topografico. Ciò che si viene a costituire è una sorta di galleria slogata, disarticolata cronologicamente e geograficamente. Spostando lo sguardo da una foto all’altra, i continui cambi di ambientazione e i salti avanti e indietro nel tempo contribuiscono a creare una logica di sovrapposizione di piani temporali e discorsivi, riprendendo e potenziando la logica di riscrittura e sovrapposizione di cui si è parlato a proposito del titolo. L’effetto risultante è chiaramente di spaesamento; il lettore è obbligato a ricostruire i nessi in maniera autonoma, a riempire gli spazi bianchi, a domandarsi cosa quelle immagini attivino e in che modo possono essere tenute assieme, attraverso uno sforzo memoriale necessariamente sincopato e frammentario.
Un aspetto rilevante riguarda anche le scelte di impaginazione. Le fotografie infatti non sono mai centrate nella pagina, ma sono sempre disposte sul margine. Questo aspetto si fa evidente sfogliando il libro in quanto, per ogni scatto preso in osservazione, le immagini delle pagine precedenti e successive sbucano dal margine del foglio quel tanto che basta per affermare la propria presenza sottostante, dando la sensazione che le immagini poggino l’una sull’altra. Questa scelta, da una parte conferisce una dimensione di profondità materica fortificando ancora una volta la logica di sovrapposizione, dall’altra si offre come corrispettivo visivo della condizione periferica e liminale di questi materiali: il margine della pagina come margine della città e del discorso.
Anche i racconti si presentano indipendenti l’uno dall’altro. Non seguono una distribuzione regolare e uniforme, ma si legano ad una fotografia ognuno, con la quale stabiliscono rapporti differenti. Il numero elevato di racconti permette al lettore di confrontarsi con soluzioni assai diverse che nell’insieme coprono l’intero spettro che intercorre tra le due polarità di montaggio ed ecfrasi, con una propensione tendenziale a quest’ultima. Fatta eccezione per alcuni casi in cui la foto funge solamente da suggestione, la maggior parte dei racconti instaura un rapporto in qualche modo ecfrastico: si va dalla semplice menzione, ad esempi che mescolano dinamizzazione e integrazione.
Nel complesso quindi la struttura si assesta su una forma atlante. Com’è stato riscontrato infatti, sono presenti autorialità multiple, una significazione diffusa all’interno del testo, una lettura che non segue percorsi univoci e l’evidente coinvolgimento del lettore che è chiamato a riorganizzare il senso. Si dà il caso infatti, che l’adozione di una forma atlante sia una scelta frequente in operazioni fototestuali autobiografiche e memoriali. Come ha individuato Michele Cometa:
F. Casetti, La Galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene, Bompiani, Milano, 2015.
Il concetto di struttura è qui da intendersi come principio organizzatore di un’opera che si manifesta nella sua percezione estetica e che quindi può essere indagato e descritto proprio come suggerito da M. Lavagetto, Variazioni su una metafora, Monte Università Parma Editore, Parma, p. 27.
A. Negrin, Niente resterà pulito, Milano, BUR, 2007, p. 35.
Il progetto grafico è ad opera di Cristina Ottolini, al tempo Senior Art Director di Mucca Design, uno studio grafico con sede a New York con il quale BUR collaborava spesso in quegli anni.
Le tre modalità retoriche dell’ecfrasi individuate da Michele Cometa sono denotazione, dinamizzazione e integrazione. Si veda a questo proposito M. Cometa, La scrittura delle immagini, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2012.