L’era della «postfotografia» ha suscitato un rinnovato interesse nei confronti del rapporto tra la parola e l’immagine, e in particolare tra il linguaggio verbale e la fotografia. La critica letteraria, per quanto sempre con qualche resistenza, sembra in questo caso meno restia a prendere parte al dibattito: l’analisi della relazione tra la letteratura e la fotografia è oggi un campo di studio accettato e apprezzato, complice il fascino che l’immagine fotografica esercita.
Il ‘libro con fotografie’ è definitivamente entrato a far parte della famiglia degli iconotesti sotto l’etichetta di ‘fototesto’, ed è spesso elogiato come esempio di quel «complesso rapporto d’interdipendenza» di due sistemi semiotici che mantengono però la loro rispettiva autonomia, qualità essenziale dell’iconotesto, nel quale si sprigiona un’energia ibrida.
La ragione di questo riconoscimento deriva dall’essenziale ambiguità che caratterizza il legame tra l’immagine fotografica e il suo referente reale. Questo complesso rapporto immagine-referente non solo offre più stimoli, estetici e teorici, rispetto al disegno e alla pittura, ma rende più sfuggente anche la relazione verbo-visiva che si crea nel fototesto. È dato quasi per scontato che la «fotografia illustrativa» sia un segno di rottura e di scarto dal testo verbale: l’immagine fotografica non ci darà una visione del testo scritto, ma ci porterà in un mondo Altro. In ragione di questo, i fototesti non sarebbero quindi «semplicemente libri illustrati, ma una particolare unione di parole e immagini fotografiche che collaborano attivamente a creare un significato in virtù del dialogo e dello scontro delle istanze veicolate dai due componenti».
Tuttavia, è proprio sulla dimensione «agonale» e di conflitto che si sta ponendo l’accento – basti pensare alla celebre definizione coniata da Andrea Cortellessa di fototesto come lo spazio in cui regnano dei «paradigmi di insubordinazione», il territorio di un incontro agonistico, il campo di una partita a tennis. Nel fototesto si sprigiona insomma la rivalità che da sempre caratterizza la relazione tra parola e immagine: se la fotografia, soprattutto quella digitale, ha sicuramente segnato un ulteriore giro di vite in quella che sin dalla metà dell’Ottocento è stata sentita come un’incontrollata invasione dell’immagine, per cui oggi si parla di una rinnovata «pervasività dell’immagine», il fototesto viene letto come il terreno su cui si combatte questa «guerra fredda». Ora, soffermarsi troppo sulle differenze che intercorrono tra i due linguaggi provoca diversi rischi, tra cui quello di rimanere ancorati a una «logica identitaria» piuttosto che a una «logica di luogo», e quello di mancare la lettura dell’‘iconotesto’ nella sua visione d’insieme, nel suo essere lo spazio di un incontro oltre che di uno scontro.
Leggere un fototesto, e un iconotesto in generale, è una pratica difficile. Richiede spesso un lettore di secondo grado, perché mette in gioco una rete di riferimenti intertestuali e citazioni che appartengono a due discipline diverse. L’atto stesso del leggere-e-guardare è un’abilità affatto scontata. Quello che mi propongo di fare in questo articolo è dunque di capire se e come si possa leggere un fototesto nel suo essere un iconotesto attraverso due casi di studio della letteratura italiana contemporanea che sono stati più volte citati come ‘esempi virtuosi’ di questo dialogo intersemiotico: Condominio Oltremare (L’Orma, 2014) e Flashover (Einaudi, 2020) di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci.
J. Fontcuberta, La furia delle immagini. Note sulla postfotografia, Torino, Einaudi, 2018.
M. Cometa, ‘Al di là dei limiti della scrittura. Testo e immagine nel “doppio talento”’, in M. Cometa, D. Mariscalco (a cura di), Al di là dei limiti della rappresentazione. Letteratura e cultura visuale, Macerata, Quodlibet, 2014, p. 50.
A. Montandon, ‘Introduction’, in Id. (dir.), Iconotextes, Paris, Ophrys, 1990, p. 6: «La spécificité de l’iconotexte comme tel est de préserver la distance entre le plastique et le verbal pour, dans une confrontation coruscante, faire jaillir des tensions, une dynamique qui opposent et juxtaposent deux systèmes de signes sans les confondre».
Una fascinazione riassumibile nelle parole di W. Siti, ‘Sul nudo ossessivo’, in E. Grazioli e R. Panattoni (a cura di), Fotografia europea. Umano troppo umano, catalogo della mostra (Reggio Emilia, 30 aprile-8 giugno 2008), Bologna, Damiani, 2008: «La fotografia è l’organo privilegiato dell’ossessione proprio perché ha anch’essa, costitutivamente, una natura ibrida. Si presenta come icona, cioè come rappresentazione simbolica di un mondo Altro, ma a differenza della pittura non può prescindere dalla presentazione reale, in un determinato momento, di un essere empirico, che solo parzialmente è al servizio della rappresentazione. Il paesaggio o la creatura vivente che si fissano nell’alterazione chimica (ora nel meccanismo digitale) hanno una vita che rimanda oltre la fotografia, in un contesto ignoto. La fotografia è anche un’impronta – è il paradosso di una coincidenza tra effimero ed eterno, il tentativo sempre ripetuto di afferrare ciò che per eccellenza è inafferrabile».
P. Pallottino, Storia dell’illustrazione italiana, La Casa Usher, 2020, pp. 207-208. Pallottino utilizza l’etichetta di «fotografia illustrativa», ossia «l’illustrazione che utilizza fotografie», dividendola in due famiglie editoriali, quella «didascalico-documentale» (dei testi scientifici, libri di viaggi e riproduzioni d’arte) e quella «estetico-narrativa» (destinata alle opere letterarie). Al contrario, il sintagma «illustrazione fotografica» indicherebbe piuttosto una illustrazione disegnata che «per minuzia e per dettaglio si proponga di imitare la fotografia» (ivi, p. 207).
G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetiche del fototesto, Sesto Sangiovanni, Mimesis, 2020, p. 8. Su questa rivalità che si è creata tra fototesto e libro illustrato nel corso del Novecento, e la conseguente svalutazione dell’illustrazione disegnata, mi riprometto di tornare in un’altra sede.
M. Cometa, La scrittura delle immagini, Milano, Raffaello Cortina, 2012, p. 31.
A. Cortellessa, ‘Tennis neurale. Tra letteratura e fotografia’, in M. V. Marini Clarelli, M. A. Fusco (a cura di), Arte in Italia dopo la fotografia: 1850-2000, Milano, Electa, 2011, pp. 47-48.
M. Melot, L’Illustration. Histoire d’un art, Geneève, Skira, 1980, p. 11.
Cfr. per es. M.T. Carbone, ‘«Mi chi». Un’introduzione in forma di autointervista’, in Ead. (a cura di), Che ci faccio qui?, Che ci faccio qui? Scrittrici e scrittori nell’era della postfotografia, Trieste-Roma, Italo Svevo, 2022, p. 17.
G. Mazzoni, ‘La guerra fredda tra immagini e parole’, in M. T. Carbone (a cura di), Che ci faccio qui?, cit., pp. 77 e 80 (corsivo mio).
J. Baetens, H. Van Gelder, ‘Petite poétique de la photographie mise en roman (1970-1990)’, La Revue des lettres modernes, 2006, p. 266