Commentando On Photography (1973) di Susan Sontag, a conclusione di un articolato excursus dell’opera, John Berger si sofferma sulla possibilità di conciliare la funzione memoriale e quella documentaria della fotografia, provando cioè ad elaborare un uso pubblico delle istantanee che conservi la vitalità testimoniale delle immagini private, incorporando «la fotografia nella memoria sociale e politica, invece di usarla come un sostituto che ne incoraggia l’atrofia».Nel tratteggiare tale «pratica alternativa» a quella adottata dal sistema capitalistico e dall’industria culturale pare individuare nella capacità di ricordare attraverso le immagini e dunque di resistere alla contingenza dell’evento l’antidoto più efficace per un loro impiego rispettoso dei soggetti ritratti e del dolore e della sofferenza che essi vivono: «Il fine deve essere quello – afferma Berger – di costruire un contesto per ogni foto, costruirlo con le parole, costruirlo con altre fotografie, costruirlo in base alla posizione che ciascuna occupa nel flusso testuale di foto e immagini». Una freccia disegnata fra un paragrafo e l’altro viene usata dallo scrittore per rappresentare la modalità ‘illustrativa’, «unilineare», finalizzata a incarnare un’idea, per contro «la memoria non è affatto unilineare. La memoria lavora radialmente, vale a dire con un numero enorme di associazioni che portano tutte al medesimo evento», il cui funzionamento ha la forma di un diagramma raffigurato stavolta da Berger da linee divergenti, che si espandono in ogni direzione e che danno il senso della restituzione del contatto vitale con l’esperienza, poiché nella molteplicità di significati che deriva dall’accostamento di un scatto all’altro si conserva «qualcosa della sorprendente compiutezza di ciò che era ed è».
Tali brevi e rapidi riferimenti a questa rilettura di On photography e a ciò che le pagine di Sontag suggeriscono, al di là del peso specifico che acquisiscono nella teoria generale della fotografia espressa da Berger, racchiudono alcune questioni affrontate nei contributi a questo focus dedicato alla critica sociale e politica dei fototesti. Le citazioni di Berger riportate mostrano, infatti, la consapevolezza della problematicità dell’impatto visivo ed etico delle fotografie ma invitano anche al tempo stesso a una considerazione di ciascuna di esse dentro una trama testuale polisemica e non come singoli frammenti semanticamente autonomi e, soprattutto, rimandano alla riflessione di una intellettuale che forse più di ogni altra si è interrogata sulla dimensione socio-politica delle fotografie.
Come è noto, infatti, Sontag ritorna sul tema in altre occasioni e proprio in merito alla capacità del dispositivo fotografico di creare una posizione morale scrive un altro saggio molto importante, Regarding the Pain of Others (2003), che a sua volta si apre chiamando in causa Three Guineas (1938), opera concepita originariamente da Virginia Woolf come fototesto in virtù dell’inserimento di alcuni scatti raffiguranti varie categorie di uomini di potere (un generale, un gruppo di araldi, una processione di autorità accademiche, un giudice e un arcivescovo). «Non si dovrebbe dare mai un noi per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri», afferma polemicamente Sontag nel capitolo iniziale di Regarding the Pain of Others proprio in risposta alle riflessioni sulla guerra espresse da Woolf. Se infatti per Woolf le fotografie dei massacri della guerra di Spagna hanno una indubbia capacità di mostrare l’orrore e la violenza attivando in chi le guarda una unanime reazione percettiva, sentimentale ed etica di condanna di ogni conflitto – condanna che supera le differenti prospettive di sguardo, di posizionamento di genere, di schieramento politico –, per Sontag la relazione fra pathos ed ethos innescata dalla visione di immagini fotografiche non appare affatto unanime, dipende proprio dal con-testo in cui esse sono inserite, cioè dal corredo verbale che ne orienta la ricezione. Entrambe le intellettuali/autrici però in fondo, ciascuna su un piano diverso, si confrontano con i processi di negoziazione delle relazioni verbo-visuali e con le funzioni di critica sociale e politica che i discorsi fototestuali possono sostenere. Three Guineas contiene al tempo stesso una riflessione sulle potenzialità propagandistiche e universalistiche del linguaggio delle immagini come pure costituisce un esempio di critica fototestuale che riverbera dagli scatti scelti dall’autrice quasi per innestare fra le sue pagine una condanna delle figure del potere responsabili di ogni conflitto. Nella parte iniziale di Regarding the Pain of Others Sontag, a sua volta, prova a fare i conti con le ambivalenze della narrazione fototestuale, mostrando come il senso di una foto sia determinato dalla trama testuale nella quale è inclusa e sia determinato dal montaggio della sequenza che la ingloba, dalle didascalie che l’accompagnano, dalla conformazione di una pagina, dal discorso politico che la colloca in un preciso flusso verbovisuale.
In questa prospettiva si pongono tanti altri fototesti che implicano un posizionamento metariflessivo sulla fototestualità: si pensi a Krieg dem Kriege! (1924) di Ernst Friedrich e a Kriegsfibel (1955) di Bertolt Brecht e; entrambi come Berger e in fondo anche Woolf e Sontag provano a decostruire sia sul piano teorico che su quello pratico la dimensione propagandistica e manipolatoria della fototestualità dei rotocalchi reiscrivendo il senso delle immagini dentro una logica antibellicista e pacifista.
J. Berger, Capire una fotografia [2013], a cura di G. Dyer, trad. e cura dell’edizione italiana di M. Nadotti, Milano, il Saggiatore, 2024, p. 53.
Ivi, pp. 53-54.
Ivi, pp. 54-55.
Per la definizione di fototesto e le sue retoriche cfr. M. Cometa, ‘Forme e retoriche del fototesto letterario’, in M. Cometa, R. Coglitore (a cura di), Fototesti. Letteratura e cultura visuale, Macerata, Quodlibet, 2016, pp. 69-70; G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetiche del fototesto, Milano-Udine, Mimesis, 2020, pp. 53-60; E. Bricco, Le phototexte, un dispositif intermédial, in Ead. Poétique du mini-phototexte, Leiden Boston, Brill, 2025, pp. 13-30.
S. Sontag, Davanti al dolore degli altri [2003], trad. it. di P. Dilonardo, Milano, Mondadori, 2011, p. 10.
Cfr. V. Woolf, Le tre ghinee [1938], in Ead., Saggi, prose, racconti, a cura e con un saggio di N. Fusini, trad. it. di A. Bottini, Milano, Mondadori, 2012, pp. 438-439.
A tal proposito si rimanda a M. Humm, ‘Memory, Photography and Modernism. The “dead bodies and ruined houses” of Virginia Woolf’s Three Guineas’, Signs, XXIIX, 2, 2003, p. 647 e a G. Carrara, Storie a vista, p. 140.
Per un’analisi più articolata e approfondita delle posizioni di Sontag cfr. M. Rizzarelli, ‘The illusions of consensus. L’etica degli sguardi nei fototesti’, in S. Ballerio (a cura di), Morale della fabula. Atti del seminario permanente di narratologia. Milano, 27-28 ottobre 2022, Milano, Biblion, 2023, pp. 133-154.