Due citazioni. La prima: «Comprendere qualcosa significa comprenderne la topografia, sapere come tracciarne la mappa. E come smarrirsi». La seconda, a brandelli: «Land lies in water; it is shadowed green./ […] Mapped waters are more quiet than the land is, / lending the land their waves own conformation». La frase di Susan Sontag a proposito della malinconia in Benjamin e i versi sparsi tratti dalla poesia The Map di Elizabeth Bishop evocano un movimento che avviene nella stasi: osservare una mappa è un’azione quasi impercettibile, che si fa solo con gli occhi, eppure tanto basta per compiere un gesto di perdita di sé nel momento stesso in cui si attraversa l’‘io’ non come soggettività, bensì come paesaggio. È quello che accade in due testi intimamente legati fra loro come La chiave di Miriam/Miriam’s Key e Camera galleggiante di Ragucci, che scopriamo, leggendo Giochi d’acqua, essere in realtà parte di un progetto più ampio che l’autrice porta avanti, in maniera nascosta e in gran parte non pubblicata, da molti anni, con protagonista Miriam. Sembra di sentir risuonare quanto detto in un’intervista a Ragucci a cura di Ludovica Lodi, in cui si parla di Luogo eventuale, un’opera verbo-visiva in fieri dal 1990 che è un contrappunto all’omonimo testo di Ingeborg Bachmann. Ancora Bachmann ritorna come riferimento intertestuale in Un orlo, un punto, un bordo (2011) di Ragucci, che possiamo interpretare come avantesto delle due foto-prose più recenti: la serie fotografica, scattata nell’Ospedale di Correggio all’interno delle ricerche per Linea di Confine, accosta ai ritratti di chi lavora (o vive) in ospedale altre immagini tratte dai libri – un disegno anatomico, una pagina da un romanzo di Thomas Bernhard, un catalogo o libro di storia in cui si intravede la foto color seppia di un ospedale. La spazializzazione che corrisponde al ‘farsi paesaggio’ è una risposta a uno stare in bilico esplorato da Bachmann e da Ragucci in maniera letterale e metaforica, fra Berlino e il deserto, fra la camera da letto e quella di ospedale, fra la regione dei sani e la regione dei malati, un confine cui appartengono gli ‘io’ di Bachmann e il personaggio di Miriam. In Luogo eventuale (Ein Ort für Zufälle) di Bachmann, a un certo punto viene nominata una stanza d’ospedale, dalla quale si sentono gli aerei passare e dove la finestra e il balcone fungono da soglia verso un mondo che ha qualcosa di apocalittico e grottesco insieme. Nel passaggio dalle varie redazioni al testo pubblicato osserviamo l’‘io’ di chi narra farsi progressivamente da parte: da una serie di riflessioni soggettive che contrappongono Berlino e il deserto – dove è il secondo a svolgere una funzione positiva di luogo utopico e assoluto, in cui è possibile sperimentare un altrove che è anche lo spazio della letteratura – si passa a una dimensione sempre più impersonale, dove il soggetto pare eclissarsi in una dimensione che è estatica e terrifica al tempo stesso, e in cui si avverte il bilico dello stato di malattia cui partecipa anche la Miriam di Ragucci, che dalla sua stanza d’ospedale sente il frastuono degli elicotteri.
La chiave di Miriam/Miriam’s Key è un iconotesto apparso sul n. 8 (fall/winter 2022/23) della rivista Archivio. Il racconto appartiene alla sezione ‘Fiction Exquis’, che prende spunto dal gioco surrealista cadavre exquis: all’autore/autrice viene mandata un’e-mail con allegati i materiali d’archivio del numero senza alcun altro strumento di supporto (spiegazioni, origine dei documenti, interviste che appariranno nel numero ecc.). Il risultato è «a falsification of the documentary reality, rewriting history in a certain sense», come recita la didascalia nella rivista. La lettura del racconto, per le lettrici e i lettori italiani, avviene all’insegna di un movimento differito tra le due versioni linguistiche della short story. Archivio ha una natura bilingue: nel corpo principale della rivista, che contiene tutti gli apparati iconografici e che presenta uno studio attento del layout fra la componente verbale e quella visiva, i testi sono integralmente tradotti in inglese; nel risvolto di copertina in chiusura è accluso un inserto a parte, esclusivamente testuale e in bianco e nero, che riporta i testi originali in italiano. Miriam’s Key si presenta come iconotesto, in cui il ritmo delle pagine scritte viene spezzato da alcune immagini tratte dall’Archivio Crepax che si riferiscono a La battaglia di Waterloo, un gioco da tavolo incluso in un inserto di «Linus» del 1965, così come dall’indicazione, nell’intertesto del racconto, di un codice alfa-numerico che rimanda a ulteriori materiali d’archivio consultabili solo a pagine di distanza – principalmente alcune copertine di numeri della rivista Tempo medico. La versione in italiano, La chiave di Miriam, non presenta invece alcuna immagine incorporata, restituendo la probabile natura più foto- o icono-letteraria, che non strettamente iconotestuale, con cui l’autrice ha concepito il racconto.
La chiave di Miriam ha per protagonista una donna sospesa che si paragona allo strato fluttuante di banchisa sopra i mari antartici. Miriam oscilla, infatti, tra la propria casa e la camera da letto di un ospedale, dove viene sottoposta a cure chemioterapiche. La maggior parte del racconto è narrata da una voce extra-diegetica a focalizzazione variabile: ora sembra assumere il punto di vista di Miriam in inserti di discorso indiretto libero, oppure in alcune citazioni dal diario della protagonista, in cui viene adottata la prima persona singolare; ora pare formulare considerazioni di carattere generale – quelle frasi ‘definitive’ già ricordate a proposito di Nostro tempo animale, che ‘definiscono’ e sembrano ‘finire’, cioè esaurire, il senso – che è tuttavia difficile capire se attribuire a chi narra o al personaggio; ora utilizza, invece, la prima persona plurale, o si rivolge a Miriam ponendole delle domande, quasi si trattasse di un coro greco che osserva il dramma da una certa distanza.
Il corpo di Miriam è fatto del paesaggio di una località non meglio precisata del Nord Italia: vengono nominati l’acqua e l’aria delle tangenziali, i fertilizzanti e i pesticidi, i metalli e i campi agricoli. Ma soprattutto ci sono le mappe dell’Antartide, osservata su un mappando d’infanzia e resa parola attraverso alcuni articoli scientifici che Miriam legge nello spazio sospeso della sua convalescenza. L’uso del lessico documentale per descrivere i passaggi di stato dell’acqua, per indicare la nomenclatura delle nuvole o i nomi che servono per decifrare le mappe, sembra costruire sulla pagina un bordo ulteriore, delimitando uno spazio di esattezza laddove i confini del corpo si fanno più fragili, porosi e permeabili da parte di un bianco a diverse gradazioni – il colore della neve contaminata dalle microplastiche di cui legge Miriam, quello del vapore acqueo della nebbia mattutina o degli scarichi di una fabbrica di tortellini. «Forse per riuscire a intravedere il mondo, traballante tra simboli e significati, bisognerebbe coltivare l’arte di prendere le cose alla lettera», dice la voce narrante, e ‘le cose alla lettera’ sembrano un po’ anche le mappe apposte sul mappamondo che Miriam guarda «per scoprire che esiste un altro punto di vista non lontano da quello in cui crediamo di stare»: per «smarrirsi», come direbbe Sontag.
Il senso di svuotamento, ma anche di aderenza alla cosa in sé, che si prova di fronte a una mappa è al centro della citata poesia di Elizabeth Bishop: The Map è una meditazione aptica eppure distante sull’osservazione di un luogo a partire dalla posizione privilegiata di chi guarda un atlante – o un mappamondo – e lo può toccare, esattamente come Miriam afferra il mappamondo e lo capovolge «solo per scoprire che si vive in uno spazio finito e senza via d’uscita»: «The peninsulas take the water between thumb and finger/ like women feeling the smoothness of yard-goods». Ma la mappa diventa anche una variazione della natura morta, nel momento in cui «we can stroke those lovely bays,/ under a glass as if they were to blossom,/ or as if to provide a clean cage for an invisible fish». «Vivo ormai in scatole di vetri rigati e attraverso solo spazi scolpiti in blocchi di cemento, agghindati da leggere tende identiche, in bianco è ovunque», scrive Miriam nel suo diario, e sembra allora che il corpo si trasformi in mappa, che le mappe di un atlante e che i disegni anatomici possano coincidere nell’isolare la vita sotto vetro. Tornano alla mente alcune fotografie di Francesca Woodman, artista amata da Ragucci, in cui la fotografa si autoritrae all’interno di teche di vetro, eco inequivocabile della visione delle Veneri anatomiche – veri e propri paesaggi scoperchiati dell’interno del corpo – che Woodman aveva visto e fotografato al museo della Specola di Firenze. La coincidenza fra mappa del luogo e mappa del corpo è ulteriormente insistita negli intertesti d’archivio inseriti nella versione in inglese: si tratta di tre copertine – provenienti dall’archivio di Guido Crepax – della rivista Tempo Medico (1963, 1967, 1968): osserviamo un vortice porpora nel quale occhi e coclee vengono risucchiate dal microscopio di un otorinolaringoiatra, un’infermiera che conficca (o estrae?) dei bastoncini da un paziente, e infine il volto di Luigi Cavalli-Sforza che si staglia su una mappa del Congo. Paesaggio interiore ed esteriore si confondono in una sospensione nella quale il corpo appare distante e vicino al tempo stesso, proprio come accade per i luoghi disegnati sull’atlante.
Nel procedimento del ‘farsi paesaggio’, mappa e still life sembrano coincidere. Ce lo dice anche Antonella Anedda, lettrice accanita di Elizabeth Bishop, in due passi, rispettivamente, di La vita dei dettagli e Isolatria (2014), insolita guida turistica dell’arcipelago della Maddalena che in realtà è piuttosto un saggio lirico sul modo di rapportarsi ai luoghi fra prossimità e distanza:
S. Sontag, ‘Sotto il segno di Saturno’, pp. 120-121.
E. Bishop, ‘The Map’, in Ead. Miracolo a colazione [1983], trad. it. con testo a fronte di D. Abeni, R. Duranti e O. Fatica, Milano, Adelphi, 2005, p. 16.
L’intervista, dal titolo Sabrina Ragucci, un’artista in incognito, è consultabile sul blog dell’autrice: https://sabrinaragucci.wordpress.com/2020/09/22/sabrina-ragucci-unartista-in-incognito/.
S. Ragucci, ‘Un orlo, un punto, un bordo’, in W. Guerrieri, S. Munarin (a cura di), WELFARE. Space Emilia, Rubiera, Linea di Confine Editore, 2013, pp. 57-79.
Si tratta della fotografia di una pagina di T. Bernhard, Il respiro [1978], trad. it. di A. Ruchat, Milano, Adelphi, 1994, p. 46.
I. Bachmann, ‘Ein Ort für Zufälle’, in Ead., «Todesarten» – Project. Band 1, a cura di M. Albrect e D. Göttsche, München, R. Piper GmbH & Co. KG, 1995, pp. 169-235.
Per una disamina della spazialità del deserto, e in generale della spazialità, in Bachmann, in un interessante confronto con Anna Maria Ortese, cfr. V. Pietrantonio, ‘Tra i corpi celesti e il deserto. La topografia immaginaria di Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann’, Studi Germanici, 12, 2017, pp. 329-348.
Cfr. quanto Ragucci scrive in una nota di Giochi d’acqua (p. 380): «Camera galleggiante ha cambiato il suo corso varie volte, tanto da avere generato filiazioni – con altri sottotitoli – e tra questi anche Giochi d’acqua. Nel mese di novembre 2022, è stata pubblicata un’edizione numerata (ora esaurita) di venti immagini + una, con un testo dal titolo Epilogo (a onta del turbinoso rimescolio), per Editrice Quinlan. Un altro testo senza immagini, in forma di racconto, con la protagonista Miriam, è stato pubblicato su Rivista Archivio N.8 2022/23».
S. Ragucci, ‘La chiave di Miriam’, p. 22.
S. Ragucci, ‘La chiave di Miriam’, p. 22.
Cfr. almeno R. Krauss, ‘Francesca Woodman: Problem Sets’, in Ead., Bachelors, MIT Press, Cambridge 2000, pp. 161-177; C. Townsend, Francesca Woodman. Scattered in Space and Time, Phaidon, London 2006; G. Schor, E. Bronfen (a cura di), Francesca Woodman. Works from the Sammlung Verbund, Verlag der Buchhandlung Walter König – D.A.P., Cologne-New York 2014. In una recente mostra tenutasi all’Albertina Museum di Vienna (Francesca Woodman. Works from the Verbund Collection, dal 4 aprile al 6 luglio 2025) sono state esposte alcune rare immagini fotografiche che Woodman scattò alle veneri anatomiche del museo, insieme ad altre immagini che la ritraggono nelle sale della Specola.