L’immagine civile contribuisce a tracciare un nuovo perimetro ermeneutico della fotografia come disciplina e non solo come oggetto, cui concorrono tre tipologie di sguardi: lo ‘sguardo orientante’, che «ricostruisce le informazioni di base sulle persone fotografate […] e le loro condizioni di vita», lo ‘sguardo professionale’, «che deriva dal discorso sull’arte: la composizione, l’illuminazione, il posizionamento della donna fotografata, riferimenti precedenti richiamati dalla particolare aura che la circonda, e così via», e infine lo ‘sguardo civile’, «che raccoglie i frutti delle due forme di sguardo precedenti e al tempo stesso ne supera i limiti e le prescrizioni».
Speechless si presta perfettamente a una lettura di questo tipo, con Neshat che calibra con precisione la scena fotografica: innanzi tutto, si tratta di un volto di donna di cui l’artista intercetta i rivolgimenti, i drammi e le incertezze interiori, intuendo una qualche connessione con la sua personale condizione di nomade. La sensazione è confermata dallo sguardo carico di una lontana, eppure indecifrabile, nostalgia, capace di afferrare lo spettatore in una complessa rete di sentimenti. È un ‘effetto Medusa’ che determina una risposta personale e collettiva al tempo stesso, unendo a livello iconografico e mediale due diverse connotazioni dello ‘sguardo dell’immagine’: «il potere delle immagini e quello delle donne sono modellati l’uno sull’altro e […] in entrambi i casi si tratta di un modello abietto, mutilato e castrato. Il potere che vogliono si manifesta come mancanza, non come possesso». È un modo anche per ribaltare l’ottica maschile eterosessuale con cui di solito lo spettatore si volge a guardare e a possedere un’immagine, e ancora una volta la strategia mediale e iconografica è perfettamente ritagliata su quella contenutistica, ampliando le capacità evocative della fotografia. È un campo di idee dissonanti quello predisposto da Neshat, che segue costantemente il filo conduttore della dualità, capace di collegare la sfera personale, intima, privata, e quella pubblica. È in questo interstizio che si collocano altri due particolari decisivi per la lettura dell’immagine. Il primo è il testo poetico di Tahereh Saffarzadeh, Allegiance with Wakefulness, in cui, come spiega Shirin Neshat, «La poetessa sta parlando ai suoi fratelli e li sta implorando di permetterle di partecipare al processo della Rivoluzione. È una donna che grida il suo desiderio di essere socialmente attiva e di non essere lasciata a casa». Riportare la scritta sul volto della donna equivale a darle la parola, sottolineando allo stesso tempo un disagio interiore della protagonista, scissa tra il suo essere guerriera per la fede e allo stesso tempo presenza sensuale, tra la volontà di pronunciare quelle parole e l’incapacità di aprire la bocca. Un dedalo di contraddizioni che trovano un ulteriore snodo icasticamente pregnante nel secondo particolare da prendere in esame, costituito dal doppio cerchio che compare vicino all’orecchio destro della donna: non è un orecchino, magari quello della celebre Ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer, ma è la canna di un fucile. Ecco che i due sguardi, quello orientante e quello professionale, conducono inevitabilmente verso il terzo, quello civile, costruendo un’immagine semanticamente complessa. Il processo di ridefinizione iconografica della fotografia si è completato: l’immagine da passiva è divenuta attiva, ribaltando l’ottica eterosessuale maschile, per quanto la proposta di Neshat sia aperta e problematica e non chiusa. Il velo stesso presenta caratteri di ambiguità: non è un simbolo dell’oppressione maschile ma è piuttosto un emblema della condivisa (maschile e femminile) opposizione al mondo occidentale, che ha ridotto la donna a un oggetto a disposizione dello sguardo maschile.
La serie Women of Allah conferma la necessità di rivedere il rapporto tra estetico e politico, vedendoli non più come due poli opposti e inconciliabili, ma come due concetti che non si escludono a vicenda e che fanno parte di una galassia concettuale, semantica e interpretativa più ampia. Speechless è una fotografia potente, finemente costruita e pensata, perfino attraente, ma non per questo è priva di un forte valore politico. In Speechless, riprendendo quanto scritto da Arthur Danto a proposito delle Elegie della Repubblica Spagnola di Robert Motherwell, la bellezza estetica è ‘artisticamente giusta’ poiché è ‘intrinseca al suo significato’, rendendo collettivo ciò che è individuale: «La mia preoccupazione immediata – spiega Danto – è filosofica. È quella volta a sottolineare che la bellezza dei dipinti di Motherwell sia interna. I dipinti non devono essere ammirati perché sono belli, ma perché il fatto che siano tali è internamente legato alla loro referenza e al loro umore. La bellezza è un ingrediente nel contenuto dell’opera, proprio come succede, secondo me, con le cadenze delle elegie cantate o declamate».
Grazie a questa serie di efficaci accorgimenti estetici, politici e narrativi, tra i quali bisogna ricordare l’inserimento di un ‘oggetto-totem’ «che trasforma l’immagine delle donne con il velo», Shirin Neshat apre nuovi spazi semantici, dati dall’interazione, fondamentale e imprescindibile, dei diversi livelli mediali (fotografia e testo, a loro volta articolati nelle differenti implicazioni passate in rassegna). Così facendo, l’artista arriva a violare «gli spazi sacri e l’iconografia dei canoni islamici, ne decostruisce il metalinguaggio mitologico per poi riposizionarlo all’interno di un sistema semiologico arricchito di nuovi significati e reso, dunque, parte della storia. Essere parte della storia significa essere politici, svolgere un ruolo all’interno dell’odierna civiltà».
Le tre citazioni sono tratte da A. Azoulay, Civil Imagination, cit., p. 135.
«I felt the internal turmoil of this woman caught in between the emotions behind her, yet the need in believing in something is taking her somewhere else. And I find that ambiguity and that sense of paradox extremely powerful» (Intervista di Shirin Neshat con Fereshteh Daftaru rilasciata in occasione della mostra Without Boundary: Seventeen Ways of Looking, a cura di Fereshteh Daftari, tenutasi al MoMA dal 26 febbraio al 22 maggio 2006 <https://www.moma.org/audio/playlist/196/2617> [accessed 16 May 2025]).
W.J.T. Mitchell, Che cosa vogliono davvero le immagini? [1996], in Id., Pictorial Turn, cit., p. 115.
Intervista di Shirin Neshat con Fereshteh Daftaru rilasciata in occasione della mostra Without Boundary: Seventeen Ways of Looking, a cura di Fereshteh Daftari, tenutasi al MoMA dal 26 febbraio al 22 maggio 2006 (<https://www.moma.org/audio/playlist/196/2617> [accessed 4 March 2025]). Traduzione dell’autore. Testo originale: «The poet is speaking to her brothers, and she is begging them to allow her to participate in the process of the Revolution. It is a woman crying out for her desire to be socially active, and not to be left at home».
A. Danto, L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box [2003], Milano, Postmedia Books, 2008, p. 145.
S. Azari, Uno sguardo dietro le quinte [2001], in E. De Cecco, G. Romano (a cura di), Contemporanee. Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta a oggi, Milano, Postmedia Books, 2009, p. 278.