La parola scritta svolge quindi una funzione «dinamizzante» nei confronti delle fotografie, che vengono risemantizzate e ricollocate dentro una parabola di lunga durata raccontando le diverse sfumature e l’impatto che la pratica dell’autocoscienza ha avuto nella vita di Chinese e dentro Rivolta Femminile nel corso degli anni.
L’altro esempio, che rende conto di un uso più articolato e consapevole del dispositivo fototestuale, è il diario di Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Pubblicato nel 1978 sempre nella serie dei “Libretti verdi”, si compone di più di 1300 pagine che raccontano vita dell’autrice per quasi cinque anni, dal 1972 all’inizio del 1977. L’uso fitto della parola scritta si alterna alla presenza di trentacinque fotografie che vengono raggruppate in quattro sezioni, poste alla fine di ogni anno solare (dal 1972 al 1975) e che raffigurano l’autrice in diversi momenti della sua vita. Come precedentemente sottolineato, non è la prima volta che Lonzi costruisce i suoi libri a partire dalla compresenza di istanze verbo-visive, già presenti in Autoritratto, opera che costituisce il punto di arrivo della sua riflessione sull’arte e in cui viene esplicitato, sia nelle forme che nei contenuti, un ripensamento del rapporto tra critica d’arte e artisti, che Lonzi vorrebbe non più fondato su rapporti gerarchici, ma il più possibile orizzontali, anticipando per molti aspetti alcune pratiche femministe sviluppate a partire dagli anni Settanta. La ricerca di questa orizzontalità viene realizzata da un lato attraverso il processo di montaggio delle interviste ai quattordici artisti, che Lonzi aveva realizzato separatamente nel corso degli anni Sessanta e che poi vengono riunite in quello che lei stessa ha definito un «convivio immaginario», in cui la sua voce di critica si compenetra con quella degli artisti in un unico flusso dialogico, dove il discorso sull’arte non è concepito «in ordine di tempo», ossia cronologicamente, ma «in ordine di stimolo», a partire dalle suggestioni date dal confronto tra le parti; e, dall’altro, attraverso le centocinque immagini che si intrecciano al testo scritto producendo diversi effetti. Una parte di queste immagini rappresenta le opere d’arte e i quattordici artisti nei loro atelier o in contesti pubblici. Il rapporto testo-immagine è di tipo ecfrastico e la fotografia svolge una funzione di «dinamizzazione»: attraverso la compenetrazione con le parole essa si «vivifica e risemantizza dinnanzi al lettore/spettatore, mostrando ciò che egli non può vedere: un’altra storia». L’altra metà delle foto, invece, raffigura gli artisti e Lonzi in momenti di vita privata presente o passata (numerose sono le foto d’infanzia inserite nel testo), permettendo al lettore/spettatore di avere accesso alla profondità e all’intimità dei rapporti tra i partecipanti del convivio. In particolare, attraverso questa scelta, l’autrice propone ciò che Kittler definisce un’immagine non «oggettificata» dell’artista e della sua creatività, radicandola all’interno di un passato e di una ramificazione di rapporti interpersonali che influenzano attivamente le scelte estetiche di ognuno. Nell’interazione con le immagini pubbliche dell’artista, lo spazio privato evocato dallo scatto si politicizza e si afferma come un luogo fondamentale per lo sviluppo della creatività, che merita di essere reso visibile. L’alternarsi di immagini pubbliche e private degli artisti e di Lonzi si offre quindi come il corrispettivo visivo di ciò che avviene nella prosa, ossia un discorso sull’arte e sull’artista a più voci che non può prescindere dalla soggettività e dall’interconnessione tra dimensione pubblica e privata.
L’esperienza di scrittura e di composizione di Autoritratto è fondamentale per Lonzi poiché le fornisce alcune strategie retoriche e alcuni spunti ripresi a distanza di dieci anni in Taci, anzi parla e integrati con la pratica dell’autocoscienza. Boccia definisce questo testo un esempio di «scrittura autocoscieziale», ossia una scrittura «con la quale cioè un io si dice, narra di sé, e così facendo occupa un posto nel mondo e aspira a incidere il proprio segno nel grande racconto umano». Se applicata al diario, tuttavia, questa definizione andrebbe precisata ulteriormente: la scrittura non consente solo «di occupare uno spazio nella realtà», ma legittima e definisce l’identità della scrivente, che prende forma proprio dentro la parola scritta e nell’interazione di quest’ultima con la fotografia. Uno degli elementi distintivi di Taci, anzi parla è il ruolo centrale e fondativo delle relazioni nella costruzione identitaria della scrivente («nel diario io parlo di rapporti non di persone», scrive Lonzi nella Premessa). La maggior parte delle pagine del diario, infatti, dà voce alla pluralità di relazioni (soprattutto amicali, ma anche familiari e sentimentali) filtrate attraverso lo sguardo di Lonzi, tanto che, per dare maggior rilievo alla dimensione intersoggettiva, l’autrice decide di optare per la trasfigurazione finzionale delle persone che compaiono nel diario, a cui dona nomi fittizi, non rispettando il principio di aderenza referenziale che sta alla base del récit de vie. Un altro tratto distintivo di Taci, anzi parla è proprio lo sconfinamento continuo verso altri generi o la loro assimilazione dentro le maglie narrative. Se, infatti, a livello strutturale, il diario rispetta il procedere cronologico del calendario seguendo quella che viene chiamata la «legge di Blanchot» e che di fatto è l’unico vincolo che configura questa forma, a livello contenutistico procede invece in modo tumultuoso e magmatico nel rendere conto della vita di Lonzi, intrecciando diverse temporalità e adottando un forte sguardo retrospettivo, che lo avvicina sempre più all’autobiografia. Ciò emerge soprattutto nella prima annata di Taci, anzi parla, in cui quest’ultima componente emerge nel modo in cui l’io scrivente ripercorre i momenti maggiormente significativi e traumatici del suo passato (l’infanzia, gli anni del collegio, il matrimonio, i tradimenti). Dal testo emerge quindi uno scarto tra i sei anni che scandiscono la scrittura e l’intera vita di Lonzi, ripercorsa attraverso l’evocazione memoriale che destruttura la linearità cronologica del procedere quotidiano. Dentro le maglie di questa struttura cronologica complessa e nel gioco di tali sfasature temporali è da interpretare anche la presenza delle fotografie, che infatti, seppur in modo diverso rispetto ad Autoritratto, entrano in relazione con la narrazione diaristica. Se nell’opera del 1969 le immagini dialogano in modo serrato con la scrittura, spezzando il flusso verbale e rappresentando una varietà di soggetti e riproduzioni di opere d’arte, nel diario esse sono disposte come un album fotografico che racconta la vita di Lonzi, dall’infanzia fino agli anni di composizione del testo (l’ultima foto è del 1976). Gli scatti sono raggruppati in quattro sezioni alla fine di ogni annata e sono accompagnati da didascalie poste alla fine del diario, fornendo a chi le osserva un contesto dentro cui inserirle (e che altrimenti sarebbe impossibile dedurre). La composizione di fotografie inserita in Taci, anzi parla svolge un’azione complementare alla parte scritta, andando a definire e a dare corpo all’io che si esprime nel diario: la costruzione identitaria non si svolge quindi soltanto attraverso la voce ma anche in dialogo con la propria immagine mediante un discorso «fatto di tensioni fra istanze diverse». Seguendo la classificazione proposta da Carrara, si può affermare che l’album costruito da Lonzi si struttura come un «archivio» composto da materiali preesistenti in seguito assemblati e risemantizzati. La retorica fototestuale che agisce è quella del parallelismo, dove testo verbale e immagine, seppur separati, cooperano alla creazione di un surplus di significato. Proprio per questa coesistenza fra discontinuità strutturale e rifrazione costante, la funzione delle fotografie in relazione al testo è quella, da un lato, di ‘incarnare’ il soggetto che prende parola, in alcuni casi testimoniando anche visivamente le esperienze che vengono evocate nel diario (per esempio i soggiorni all’estero o il cancro), dall’altro, è quella di creare un corto circuito temporale: i cinque anni di scrittura diaristica entrano infatti in relazione a una rappresentazione fotografica che invece testimonia l’intera esistenza di Lonzi, producendo una feconda torsione della temporalità, non conforme al procedere cronologico e funzionale alla rifondazione di un’identità femminile al di fuori dei modelli patriarcali. Questa torsione della cronologia è in linea con tutta la costruzione del diario che infatti integra nel suo tessuto non solo il linguaggio fotografico ma anche altre forme e generi come lettere, trascrizione di sogni, poesie, pagine di vecchi diari, citazioni che vengono assimilate e che ne frammentano il flusso narrativo, anche grazie alla diversa resa tipografica di questi testi rispetto alla pagina diaristica.
Questa compresenza di diversi generi e forme da un lato rende conto della stratificazione della coscienza dell’io, in cui presente e passato, vita diurna e notturna convivono in un’unica pagina, dall’altro permette a Lonzi di disarticolare lo sviluppo progressivo della Storia, che già ai tempi di Sputiamo su Hegel veniva identificata come espressione del dominio maschile. In quel saggio, infatti, Lonzi identifica la Storia, hegelianamente fondata su un’idea di progresso («il destino del mondo non è nell’andare sempre avanti come la sua brama di superamento gli prefigura. Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto»), come «il risultato delle azioni patriarcali» in cui la donna è la grande assente. Spezzare la linearità cronologica tipica della forma diario attraverso la rappresentazione della stratificazione della coscienza e una temporalità franta rappresenta il modo migliore per Lonzi di riconfigurare questa forma e di riappropriarsi di uno spazio di espressione altro e diverso da quello maschile. Le scelte stilistiche e retoriche che strutturano il diario di Lonzi diventano quindi esse stesse espressione del suo posizionamento femminista, oltre che di una volontà di uscire dalle maglie di generi codificati, rielaborandoli e mettendoli costantemente in relazione.
Se Taci, anzi parla è, tra gli scritti di Rivolta Femminile, quello in cui l’uso della fototestualità è maggiormente consapevole dal punto di vista retorico, anche negli altri libri del gruppo l’interazione tra parola scritta e fotografia svolge, seppur in modi diversi, una funzione al contempo decostruttiva di una certa rappresentazione della donna, fuori da immagini preconcette e da ruoli definiti, e creativa, dando vita a una nuova modalità di narrazione e di visibilizzazione del soggetto che, attraverso una sperimentazione di forme e linguaggi, trova legittimità e dignità di riconoscimento.
G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetica del fototesto, p. 79.
Carla Accardi, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Pietro Consagra, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Mario Nigro, Giulio Paolini, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Giulio Turcato, Cy Twombly.
C. Lonzi, Autoritratto (1969), et.al/Edizioni, 2010, p. 6 e p. 8. Per uno studio più approfondito di Autoritratto si rimanda, tra i molti contributi ormai disponibili, a: G. Zapperi, Carla Lonzi. Un’arte della vita; L. Iamurri, Un margine che sfugge. Carla Lonzi e l’arte in Italia 1955-1970, Macerata, Quodlibet, 2016.
G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetica del fototesto, p. 79.
T. Kittler, ‘Reimagining the Family Album: Carla Lonzi’s Autoritratto’, in F. Ventrella e G. Zapperi (a cura di), Feminism and Art in Postwar Italy: The Legacy of Carla Lonzi, Bloomsbury, London 2020, p. 191.
Per un’analisi approfondita della funzione della fotografia in Autoritratto e, più in generale, sulla costruzione dell’immagine pubblica e privata dell’artista tramite la fotografia, cfr. T. Kittler, Living Art and the Art of Living: Remaking Home in Italy in the 1960s, Ph.D. Diss., University College London, 2014 e T. Kittler, Reimagining the family album: Carla Lonzi’s Autoritratto, pp. 181-208.
Sugli effetti che questo tipo di rappresentazione produce rispetto alle altre rappresentazioni dell’avanguardia artistica di quegli anni cfr. G. Zapperi, Carla Lonzi. Un’arte della vita, pp. 134-135 e T. Kittler, Reimagining the family album: Carla Lonzi’s Autoritratto, pp. 202 e sgg.
M. L. Boccia, L’io in rivolta, p. 32.
C. Lonzi, Taci, anzi parla, p. 7.
Nella biografia curata da Anna Jaquinta e Marta Lonzi vengono rivelati i nomi delle persone reali che sono state oggetto di questa trasfigurazione. Ne riportiamo qui i principali: Augusta è Anna Jaquinta; Felicita = Anna Piva; Federica = Maria Delfino; Gemma = Renata Gessner; Matilde = Jaqueline Vodoz; Nicola = Marta Lonzi; Piera = Maria Grazia Chinese; Valeria = Alice Martinelli; Sara = Ritva Raitsalo; Ester = Carla Accardi; Vanda = Elvira Banotti; Tito = il figlio Battista Lena; Lucia = Lidia Lonzi; Simone = Pietro Consagra. Si noti come la trasposizione finzionale riguardi la cerchia dei rapporti più stretti, mentre tutte le altre figure storiche o letterarie presenti (Pasolini, Ginzburg, Nin, Kafka, Freud, Pinot Galizio) vengono evocate senza trasfigurazioni finzionali. Cfr. A. Jaquinta, M. Lonzi, Biografia, in Scacco ragionato. Poesie 1956-1963, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1985, p. 10.
«Il diario che sembrava così lontano dal rispetto delle forme […] è soggetto a una condizione apparentemente minima ma terribile: deve rispettare il calendario. Questo è il patto che stipula» (M. Blanchot, Le livre à venir, Paris, Gallimard, 1959, p. 224).
La dimensione retrospettiva è infatti uno dei tratti distintivi dell’autobiografia rispetto ad altre forme di scrittura del sé. Cfr. tra i numerosi studi sull’autobiografia Ph. Lejeune. Id., Il patto autobiografico (1975), trad. it. di F. Santini, Bologna, il Mulino, 1986; Id., Signes de vie. Le pacte autobiographique 2, Paris, Éditions du Seuil, 2005; G. Gusdorf, Lignes de vie, 2 voll., Les écritures du moi, Auto-bio-graphie, Paris, Odile Jacob, 1990.
Nel caso delle foto riprodotte nella fig. 5, per esempio, le didascalie corrispondenti sono: 13. Prima comunione; 14. In collegio; 15. Durante la guerra; 20. Al ginnasio; 21. Davanti al Duomo; 22. All’università; 23. A Parigi nel 1952, tbc. Si noti che le fotografie sono presenti soltanto nell’edizione del 1978, ossia quella licenziata dall’autrice, mentre nelle due successive, quella et.al del 2010 e quella La Tartaruga del 2024, sono state inspiegabilmente espunte.
G. Carrara, Storie a vista, p. 260.
Carrara utilizza il termine archivio per definire un fototesto in cui la scelta delle fotografie «avviene su materiali pre-esistenti, tratti spesso dai propri album di famiglia, e dunque l’operazione sarà piuttosto di selezione e assemblaggio, di risemantizzazione su significati già dati e codificati» (ivi, p. 261).
A tal riguardo, cfr. G. Zapperi, ‘Il tempo del femminismo. Soggettività e storia in Carla Lonzi’, Studi Culturali, 12, 2015, pp. 63-81.
C. Lonzi, ‘Sputiamo su Hegel’, in Ead., Sputiamo su Hegel e altri scritti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1972, p. 60.