Un’intervista a cura di Ludovica Lodi fatta a Sabrina Ragucci nel 2020 reca il titolo: Sabrina Ragucci, un’artista in incognito. ‘Fotografa’, ‘scrittrice’, ‘artista in incognito’, ‘sperimentale’ sono tutte espressioni che potrebbero servire a circoscriverne l’aura – sì, le sue opere ci fanno pensare proprio al fortunato concetto di Walter Benjamin –, ma forse il modo migliore per entrare nell’immaginario di Ragucci è ascoltare quanto lei stessa risponde in quell’intervista a una domanda sul sentirsi a proprio agio nel dirsi un’artista: «Non ho mai pensato a me stessa attribuendomi un ruolo sociale di qualche tipo. Forse desideravo vivere allo stato brado, guardare le persone per quello che sono davvero. Faccio ciò che devo fare». Quel ‘vivere allo stato brado’ o il ‘farsi paesaggio’, come cita l’artista protagonista nello scritto alla fine di Camera galleggiante (2023), rendono l’idea di scrivere un profilo su Sabrina Ragucci quasi un oltraggio a una fuggitiva, come se si tentasse di metterla dentro una gabbia di definizioni, categorie, generi del discorso verbale e visuale, al pari di ciò che il Narratore/Marcel tenta di fare con la fuggitiva per antonomasia, l’Albertine del volume  La Prisonnière della Recherche proustiana. Al posto quindi di offrire una ricostruzione quanto più esaustiva di tutto ciò che Sabrina Ragucci possa aver realizzato sino ad ora, se ne offriranno qui di seguito solo alcune tracce a partire da ciò che l’autrice ha lasciato emergere in superficie, con la consapevolezza che molto, del suo percorso e della sua opera, potrebbe rimanere sommerso – e dalle interviste e scritti in cui Ragucci parla del suo lavoro, sappiamo che gran parte di ciò che lei ha realizzato a partire dagli anni Novanta a oggi è ancora inedito.

Una prima emersione, recentemente riproposta all’interno di una mostra a Reggio Emilia sulle attività di Linea di Confine, riporta la presenza di Sabrina Ragucci all’interno dell’Installazione Mulino Gandini a Scandiano nel 1991, in cui venivano presentati i lavori di Lewis Baltz e dei partecipanti al ‘Laboratorio di Fotografia 4’. Gli anni Novanta di Ragucci, classe 1969, sono di prosecuzione di una formazione visiva e letteraria che già era maturata fin da giovanissima: «Nell’adolescenza, i miei amici ed io, siamo cresciuti guardando moltissimi film, fino a 12 ore al giorno, quella era vita? Eravamo come piccoli impiegati della citazione», racconta Ragucci a Ludovica Lodi e alla sua classe di studenti e studentesse. Dopo aver frequentato il CFP Bauer, sotto la guida di Roberta Valtorta, Ragucci, che nei primi anni Novanta si trasferisce per un periodo a Parigi dove conosce anche Agnès Varda, incontra molte altre figure che hanno un ruolo significativo per l’evoluzione della sua poetica: dal già citato Lewis Baltz a Paolo Costantini e William Guerrieri, da John Berger all’esperienza pluriennale con l’associazione Linea di Confine, e poi ancora (e prima) Luigi Ghirri, Franco Fortini, e nei primi anni Duemila John Gossage, e l’elenco potrebbe continuare, fino ad arrestarsi a forse due figure chiave che accompagnano Ragucci lungo la sua traiettoria sperimentalmente in incognito: Guido Guidi e Giorgio Falco.

Di Guido Guidi, punto di riferimento per la nuova fotografia italiana di paesaggio di cui Sabrina Ragucci è stata assistente per molti anni, l’autrice ha scritto molto nella sua produzione critico-saggista. La prima apparizione pubblica, dal punto di vista verbale, di Ragucci è infatti per molto tempo quella di colei che scrive critica: lo fa su diverse testate, e continua a farlo anche ora – la leggiamo spesso su il manifesto o Doppiozero, su Antinomie o Le parole e le cose – eppure, sino al 2014, il suo rapporto con la parola letteraria è rimasto nascosto in piccole tracce più visibili nel mondo dell’arte che non in quello editorial-letterario. Ludovica Lodi parla, ad esempio, di un’opera di Ragucci costantemente in fieri a partire dal 1990, Luogo eventuale: il titolo è un contrappunto all’omonima opera di Ingeborg Bachmann, che vedremo essere un riferimento ricorrente nell’opera di Ragucci, ed è esplicitamente un lavoro verbo-visivo, in cui sappiamo che esistono degli slittamenti diegetici – «tutto il lavoro si spostava molto da “io” a “tu” fino alla terza persona» – che ritroveremo nelle brevi fotoprose della Ragucci degli anni Venti del XXI secolo (pensiamo soprattutto a La chiave di Miriam e Camera galleggiante). Eppure, nulla è stato pubblicato in forma di volume con quel nome: esiste, con lo stesso titolo, un progetto fotografico presentato dall’artista al Mois de la Photo à Paris e al Lianzhou International Photo Festival in Cina, così come una personale (il titolo circoscrive una sezione temporale: Luogo eventuale 04-07) tenutasi nel 2008 alla Galleria Foschini di Ravenna. È invece pubblicato in uno dei cataloghi di Linea di confine Un orlo, un punto, un bordo, un breve scritto del 2011 che accompagna la serie fotografica scattata all’interno dell’Ospedale San Sebastiano di Correggio. Potrebbe sembrare una nota critica al proprio lavoro, ma in realtà si tratta di un assaggio dello stile di Ragucci che spazia tra racconto, citazione, documento, e lo fa a partire da un altro controcanto a Ingeborg Bachmann, questa volta al suo Libro del deserto, che insieme ad alcune pagine fotografate dall’autobiografia di Thomas Bernhard costituisce l’intertesto con cui le parole e le immagini di Sabrina Ragucci si intrecciano indissolubilmente.

Il testo dell’intervista è consultabile all’indirizzo: https://sabrinaragucci.wordpress.com/2020/09/22/sabrina-ragucci-unartista-in-incognito/.

Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea (http://www.lineadiconfine.org/) è stata un’associazione che ha visto la collaborazione di moltissimi fotografi e fotografe in numerosi progetti di indagine delle forme del paesaggio contemporaneo, con un focus spesso più insistito (ma non esclusivo) sulle zone emiliane. A seguito del deposito della collezione dell’associazione (oltre trenta le indagini condotte fra il 1990 e il 2022) presso la Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, è stata realizzata la mostra On borders | Sui confini.
L’esperienza d’indagine di Linea di Confine per la Fotografia contemporanea
presso i Musei Civici di Reggio Emilia (8 dicembre 2024 – 23 marzo 2025, https://www.musei.re.it/appuntamenti/mostra-on-borders-sui-confini/).

Il testo è contenuto all’interno della pubblicazione di Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea WELFARE. Space Emilia (2013), p. 57.

Fig. 1 Ragucci, da Un orlo, un punto, un bordo, per gentile concessione dell’autrice

Fig. 2 Ragucci, da Un orlo, un punto, un bordo, per gentile concessione dell’autrice

1 / 0

La ricerca di Ragucci è sempre stata quindi fototestuale, una ricerca che solo nel 2014, con la pubblicazione di Condominio Oltremare a cura di Andrea Cortellessa da parte della casa editrice L’Orma, è stata riconosciuta dal pubblico letterario (e non più solo da quello dei circuiti fotografici, artistici e museali) nella veste del lavoro a quattro mani con Giorgio Falco – testo di Falco, immagini di Ragucci. Condominio Oltremare cela un doppio nascondimento. È comunemente considerato il primo lavoro insieme fra i due, ma in realtà Ragucci e Falco già collaboravano dalla metà degli anni Novanta, in un sodalizio di arte e vita che aveva già portato a un esito nel 2012 circolato poco, ma non per questo meno significativo: The Collared Dove Sound, edito da Micamera, con fotografie di Sabrina Ragucci, testi di Ragucci e John Gossage e un racconto di Giorgio Falco, presenta in realtà un progetto che è andato avanti per molti anni, durante i quali Ragucci e Falco hanno esplorato la regione periferica di Milano, quella in cui vive la tortora dal collare orientale.

Fig. 3 S. Ragucci, da The Collared Dove Sound, Micamera, 2012, per gentile concessione dell’autrice

Fig. 4 S. Ragucci, da The Collared Dove Sound, Micamera, 2012, per gentile concessione dell’autrice

Il verso dell’animale diventa lo strumento per definire un’area che viene successivamente perlustrata da Ragucci, che qui, come anche per il progetto confluito poi in Condominio Oltremare, utilizza Giorgio Falco come «un metronomo» – espressione usata da Ragucci nella videointervista che accompagna l’uscita di questo numero di Arabeschi – per scandire la visione e l’inquadratura. È lo stesso paesaggio che Giorgio Falco esplora nel suo romanzo L’ubicazione del bene (Einaudi, 2007) nel toponimo immaginario (ma molto realistico) di Cortesforza (la stesura del testo è contestuale al progetto con Ragucci) ed è la stessa tipologia di luogo – residenziale, residuale, quotidiano eppure estraneo – che ritroviamo in Condominio Oltremare. La serie fotografica di Ragucci intervallata dalla prosa di Falco è anch’essa frutto del lavoro di diversi anni – nel 2011 Ragucci espone nel padiglione italiano della Biennale di Venezia la serie Italian East Coast, nel 2014 la serie di Condominio Oltremare viene esposta alla Biennale di Architettura. Qui è la riviera romagnola d’inverno, con le sue seconde case che diventano luoghi metafisici e memoria di una trasformazione coatta del paesaggio, a farsi cassa di risonanza per la scrittura di Falco, che scaturisce proprio dalle immagini preesistenti.

Fig. 5 S. Ragucci, da Condominio Oltremare, L’Orma, 2014, per gentile concessione dell’autrice

Fig. 6 S. Ragucci, da Condominio Oltremare, L’Orma, 2014, per gentile concessione dell’autrice

1 / 0

Il secondo nascondimento che si cela dietro Condominio Oltremare è quello della scrittura di Sabrina Ragucci: perché a partire dal successo di pubblico di quest’opera, corroborato da quello del successivo lavoro a quattro mani, Flashover. Incendio a Venezia (Einaudi, 2020), si sarebbe potuto pensare a una suddivisione dei ruoli, a una ripartizione del lavoro – quello dello scrittore, a Falco; quello di fotografa, a Ragucci. E invece nello stesso anno, il 2020, appare anche lo svelamento che Ragucci fa della propria inclinazione letteraria, che è sempre stata lì, solamente in incognito: per i tipi di Bollati Boringhieri esce il romanzo Il medesimo mondo, una saga familiare tra Italia e Germania nel secondo dopoguerra, una prosa affilata che a tratti ricorda il tono dell’epica dei vinti alla Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin. L’esistenza di questo romanzo è in realtà intimamente legata a quella di Flashover. Nella video-intervista, Ragucci racconta di come il lavoro incrociato di parola e immagine con Falco – ritratto in Flashover con una maschera in una serie di fotografie scattate e concepite specificamente per il fototesto, a differenza di quanto accaduto nella collaborazione precedente – sia stato per lei liberatorio dal punto di vista della scrittura. La voce che si ravvisa nel Medesimo mondo ha la capacità di accostarsi ai personaggi pur mantenendo una certa distanza, può entrare nei loro sentimenti eppure li osserva da lontano con una capacità di giudicare le loro esistenze alla maniera di Douglas Sirk, tramite un’ironia tragica. Come scrive Ragucci: «Voleva essere un esperimento, nonostante la forma melodrammatica, i film di Sirk sono densi di ironia. Sirk svela l’ipocrisia, il conformismo e il materialismo della classe media americana degli anni ’50». Le vite di Roberta e della sua famiglia, da Angelo a Teresa, da Lia a Giovanna, disegnano un pezzo di storia sociale che affonda le radici nell’archivio per emergere, in superficie, con un nitore che non lascia spazio alla speranza – è una storia disperante quella di uomini e donne colpiti dagli errori d’infanzia o dalle sequele di lutti, dalle malformazioni provocate dai farmaci agli errori medici che diventano fatali secondo un destino che sembra tutto il contrario della “provvidenza” manzoniana. «Quel libro», scrive Ragucci, «mi serviva per fare i conti (mai risolti) con il fascismo privato o quotidiano della piccola borghesia italiana (nord e sud). Non tanto la questione del regime storico, ma soprattutto la sua persistenza sotterranea nella mentalità contemporanea. L’Idillio come Menzogna: l’immagine della donna “pulita”, la cui violenza fascista non è mai stata elaborata, ma solo sepolta sotto strati di perbenismo».

L’intreccio sottile di focalizzazioni – d’altronde non poteva essere altrimenti per chi si è formata con la grammatica dell’immagine – fra interno/esterno, dato oggettivo e interpretazione, insieme a sperimentazioni diegetiche (passaggi dalla terza alla prima persona, uso della prima persona plurale, insistenza su un ‘tu’ che è tanto il personaggio quanto chi legge) persiste con una coloritura espressiva inconfondibile, cioè con uno stile riconoscibile ma mai ripetitivo e per questo distintivo solo delle scritture più complesse e riuscite, nelle prove letterarie successive. Sono delle foto-prose, o prose foto-letterarie, quelle che Ragucci pubblica fra il 2022 e il 2024, all’insegna della forma breve e di un progressivo dissolversi dei confini fra i generi letterari. Nostro tempo animale è un racconto scaturito da una residenza artistica che si è svolta a Reggio Emilia nel 2022, pubblicato nell’autunno dello stesso anno da Corsiero in un numero limitato di copie sparse in alcuni luoghi della città. Il racconto La chiave di Miriam/Miriam’s Key è stato pubblicato nello stesso anno dalla rivista «Archivio» nella sezione «Fiction Exquis», in cui chi scrive deve misurarsi con alcuni materiali d’archivio visuali inviati dalla rivista senza alcun altro strumento di supporto (spiegazioni, origine dei documenti, interviste che appariranno nel numero ecc.). Nel 2023 è uscito per i tipi di Quinlan Camera galleggiante, una serie fotografica accompagnata da un testo letterario di chiusura apposto sull’interno della quarta di copertina. Del 2024 è Miss G pubblicato per la collana UltraChapbooks di Tic Edizioni, una prosa poetico-saggistica che in tre parti prova a dare spazio alla voce delle immagini di Miss G – aka Greta Lovisa Gustafsson, Greta Garbo e Harriet Brown, tre maschere che occupano lo spazio dello stesso corpo, ma che non sono la stessa persona.

Guardando a queste ultime opere, altrove avevamo parlato di un possibile rapporto con il concetto di ‘immagine postuma’, ovvero di quel fenomeno per cui, dopo aver guardato una fonte luminosa, l’impronta negativa di quella luce rimane nel nostro sguardo per qualche istante successivo. L’opera di Ragucci, che realizza anche fototesti minimi nello spazio del suo profilo Instagram di cui ha parlato con Maria Teresa Carbone, sembra allora realizzare un processo di incontro con l’immagine che è anche un andare fuori dall’immagine.

Da uno scambio privato avuto con l’autrice.

Ibidem.

Ne avevamo provato a scrivere qui: https://antinomie.it/index.php/2024/12/20/immagine-postuma-sulla-foto-prosa-di-sabrina-ragucci/.

Ci riferiamo alla raccolta di scritti e interviste a cura di Maria Teresa Carbone, Che ci faccio qui? Scrittrici e scrittori nell’era della postfotografia, postfazione di A. Cortellessa, Roma, Italo Svevo Edizioni, 2022. La pubblicazione trae origine dal ciclo di interviste “Perché sono su Instagram”, pubblicato nel 2018 su Leparoleelecose.it, a cura della stessa Carbone.

Note

Altri articoli

Saggi
25
«Ce monstre à deux têtes». A Cosmogony of Gender and Desire in Cahun and Moore’s Aveux non avenus
di Giuseppe Carrara
Saggi
25
Speaking in the most unspeakable way: pratiche di riscrittura e manipolazione delle immagini dagli anni Settanta a oggi
di Giorgio Bacci
Saggi
25
Che fare di Buffalo Bill? Lo show della storia in discussione
di Marie Gaboriaud
Saggi
25
Flashover Oltremare. Sulla ‘fotoscrittura’ di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci
di Silvia Baroni
Saggi
25
‘L’usage de la photo’. Critica sociale e politica nell’immaginario fototestuale. Premessa
di Maria Rizzarelli
Saggi
25
Politica e fototesti nel movimento femminista tra Italia e USA negli anni Settanta: il caso di Donne è bello
di Stefania Arcara
Saggi
25
Timothy Snyder e Nora Krug, On Tyranny. Un prontuario in difesa della democrazia
di Francesca Tucci
Saggi
25
Dentro e fuori l’autocoscienza. I fototesti di Rivolta Femminile
di Silvia Cucchi
Saggi
25
Tecniche di cooperazione documentaria: fotoracconti del sisma
di Giulio Iacoli