La fotografia cattura l’attenzione con la sua eccentrica inquadratura dall’alto, in cui risaltano gli sguardi delle donne rivolti alla spettatrice e le voluminose capigliature in stile Afro (simbolo dell’orgoglio del Black is beautiful). Il documento associato all’immagine, intitolato ‘Donne nere povere’ è la traduzione del pamphlet Poor Black Women, uno dei primissimi testi del femminismo nero statunitense, pubblicato nel 1968 e incluso nel 1970 nell’antologia Sisterhood Is Powerful. La prima parte riporta l’appello degli uomini del Black Unity Party rivolto alle ‘sorelle’ per esortarle a non usare i contraccettivi e a rendere i loro corpi disponibili alla procreazione, finalizzata alla costruzione della nazione nera. A questo segue la ‘Risposta delle sorelle’ (‘The Sisters’ Reply’), una dura denuncia dello sfruttamento sessuale e materiale delle donne da parte degli uomini all’interno delle comunità nere, nonché una critica puntuale alla retorica patriarcale e nazionalista impiegata dai ‘fratelli’ neri.
Questo esempio di fototesto non solo mostra il respiro transnazionale di Donne è bello, con la sua molteplicità di voci di diverse provenienze, ma fornisce un’evidenza che contraddice certe narrazioni tenacemente reiterate in ambito accademico, le quali tendono ad accusare il femminismo di quel periodo, concepito in blocco come ‘bianco’ e borghese, di disinteresse verso la questione della ‘razza’. Com’è stato notato da più parti, infatti, la metafora delle ‘onde’ nella storia del femminismo ha contribuito a diffondere l’idea fuorviante di un presunto progresso lineare, «dall’essenzialismo degli anni Settanta, alla consapevolezza delle differenze sulla base della razza e della sessualità negli anni Ottanta, alle celebrazioni femministe post-strutturaliste della molteplicità negli anni Novanta». La narrazione accademica che postula l’‘intersezionalità’ come una scoperta di decenni più illuminati, successivi agli anni Settanta, ha oscurato il fatto che, come ha dimostrato tra le altre Benita Roth, nel contesto statunitense il femminismo nero è emerso negli stessi anni di quello ‘bianco’, interagendovi spesso e sin dall’inizio.
Una versione ritualmente riproposta in ambito accademico riduce, sminuendola, la nascita del black feminism a una semplice risposta al razzismo delle femministe bianche – una lettura confutata dalla stessa Barbara Smith, tra le fondatrici del Combahee River Collective, in un’intervista del 2021. In realtà, come ricorda Ardilli, se «le femministe nere si sono certamente dovute misurare con i limiti delle bianche su questioni di razza e di classe […] prima ancora hanno dovuto affrontare la cecità alla disuguaglianza di genere all’interno dei movimenti in cui loro stesse avevano militato». È quanto testimonia proprio il documento tradotto in Donne è bello, Poor Black Women, che, pur nominando anche il razzismo delle persone bianche, individua come obiettivo polemico l’oppressione patriarcale dei ‘fratelli neri’.
La scelta da parte del gruppo Anabasi di proporre alle lettrici italiane la traduzione di questo testo in Donne è bello smentisce l’affermazione della storica Maud Bracke, secondo la quale «le femministe italiane consideravano le questioni di razza irrilevanti per il contesto italiano». Bracke basa la sua condanna nei riguardi delle italiane, responsabili, a suo dire, di «non avere esplorato questioni di razza» sull’asserzione infondata che le femministe dell’Anabasi avessero volutamente ignorato i documenti del femminismo nero americano, evitando di tradurli.
La scelta dell’Anabasi è stata, al contrario, non solo quella di tradurre un importante documento delle femministe nere, ma di pubblicarlo in forma di fototesto, disponendolo tipograficamente in combinazione con una delle fotografie di più grandi dimensioni del volume, con l’effetto di rendere presenti anche visivamente le ‘sorelle nere’. A proposito di ‘Donne nere povere’ in Donne è bello, Luisa Passerini osserva giustamente che «mancava nel movimento italiano il contesto di significanza»: ciò non implica, tuttavia, che le femministe italiane ignorassero questioni politiche come il razzismo o il passato coloniale italiano. Nel 1972, lo stesso anno di pubblicazione di Donne è bello, una delle fondatrici di Rivolta femminile, Elvira Banotti, giornalista di origine eritrea, denunciò la violenza sessuale e coloniale sulle bambine africane attaccando Indro Montanelli durante la trasmissione televisiva della Rai, L’ora della verità, mentre nel 1976 Dacia Maraini girò due documentari, Ritratti di donne africane e Le ragazze di Capo Verde, sulla condizione delle giovani donne impiegate presso ricche famiglie italiane. Ciò che mancava in Italia, per ovvie ragioni storiche, era la presenza di gruppi organizzati di donne nere come quelli politicamente attivi negli Stati Uniti negli stessi anni.
Eppure, il documento del femminismo nero tradotto dall’Anabasi, la cui importanza è segnalata dalla grande fotografia con cui il testo dialoga sulla pagina, trova risonanza presso le lettrici italiane nella misura in cui denuncia la volontà di controllo maschile sui corpi femminili attraverso la riproduzione e svela il collegamento tra patriarcato e nazionalismo – una questione che accomuna politicamente tutte le femministe.
Come esempio di iconotesto militante, Donne è bello dimostra come negli anni Settanta le pratiche comunicative femministe, anche sul piano visuale, costituirono un’importante forma di presa di parola ed espressione politica. In anni lontani dalla potente tecnologia della rete, il ricorso alla visualità nell’editoria indipendente e militante fu un modo per stimolare l’affermazione di una soggettività autonoma delle donne, che non fosse subordinata alle modalità di rappresentazione imposte dal sistema sociale: le femministe avevano conquistato l’accesso al discorso politico e avevano reso le loro immagini ‘politiche’.
Ringraziamenti
Ringrazio Serena Luce Castaldi per la generosità, la concessione dell’intervista e dell’uso delle immagini.
Cfr. A. D. Byrd, L.L. Tharp, Hair Story: Untangling the Roots of Black Hair in America, New York, St. Martin’s, 2002.
Cfr. D. Ardilli, ‘Introduzione’, in D. Ardilli (a cura di), Manifesti femministi, pp. 46-48.
K. Weeks, ‘Foreword: Re-encountering Marxist Feminism’ in M. Barrett, Women’s Oppression Today, London, Verso, 2014, p. x. Cfr. anche C. Hemmings, Why Stories Matter, Durham and London, Duke University Press, 2011 e D. Ardilli, ‘Introduzione’, in D. Ardilli (a cura di), Manifesti femministi, pp. 46-54.
B. Roth, Separate Roads to Feminism, Cambridge, Cambridge University Press, 2004.
‘Barbara Smith: From Combahee River Collective to Black Lives Matter’, 22 giugno 2021:<https://youtu.be/Vm2v8_DrZbI?si=89sKSgvL0y2GVUeO&t=722> [accessed 5 May 2025]. Il ‘Combahee River Collective Statement’ (1977) afferma che è compito delle donne bianche eliminare il razzismo nel movimento e si conclude, significativamente, con una citazione da Sisterhood Is Powerful. Cfr. Combahee River Collective, ‘Dichiarazione’, in D. Ardilli (a cura di), Manifesti femministi, pp. 212-225.
D. Ardilli (a cura di), Manifesti femministi, p. 48.
M. Bracke, Women and the Reinvention of the Political, p. 65.
Ivi, p. 18 e p. 65. L’origine dell’inesattezza va rintracciata nell’affermazione di Luisa Passerini la quale, pur nominando il documento «di grande interesse» Poor Black Women tradotto in Donne è bello, critica la mancata traduzione da parte dell’Anabasi di un articolo sul Black Feminism presente in Notes from the Third Year, da lei erroneamente ritenuto la fonte delle traduzioni di Donne è bello. Notes from the Third Year (1971), tuttavia, fu pubblicato successivamente al rientro in Italia di Serena Castaldi e non avrebbe potuto essere tra le fonti di Donne è bello. Cfr. L. Passerini, ‘Corpi e corpo collettivo. Rapporti internazionali del primo femminismo radicale italiano’ in T. Bertilotti, A. Scattigno (a cura di), Il femminismo degli anni Settanta, Roma, Viella, pp. 181-197, p. 192. Per approfondire, rimando a S. Arcara, ‘Feminists of All Languages Unite’, pp. 365-367.
L. Passerini, ‘Corpi e corpo collettivo’, p. 192.