La sconfitta definitiva degli indigeni americani nella lotta per l’autodeterminazione, negli anni Novanta del XIX secolo, coincide con l’invenzione del cinema e l’ingresso dell’Occidente nell’era della visualità e della cultura di massa. Infatti, il racconto fondativo della conquista del West è subito mediato da elementi visivi – fotografie, libri illustrati, cartoline – buona parte dei quali direttamente legati allo spettacolo di Buffalo Bill e al suo apparato visivo pubblicitario.
Questa coincidenza segna per gli indigeni un paradosso: nel momento in cui la loro cultura si sta disgregando, essi fanno il loro ingresso nella storia della visualità occidentale come immagini e tramite dispositivi visivi talvolta problematici, in quanto imposti o stereotipati. In un certo senso, nascono come prodotto visivo nello stesso momento in cui muoiono come soggetti storici.
Come affrontare allora questa eredità iconografica? Come conservare la memoria del genocidio senza cadere nel voyeurismo? Come usare queste immagini problematiche, che sono spesso gli unici documenti d’archivio a disposizione? Queste domande, che sono da anni al centro degli studi sull’iconografia fotografica dell’Olocausto, nel nostro caso, tuttavia, sono accompagnate da un’altra problematica, quella dell’intrattenimento, dello spettacolo, e del gioco. L’‘Indiano’ è, infatti, un personaggio facilmente riconoscibile attraverso pochi attributi – il copricapo di piume, il cavallo, il tepee – e facilmente riproducibile in una narrazzione semplificata, la cui forma più pura si trova nel gioco infantile dei “cow-boy e degli indiani”. L’immagine della vittima, in questo caso, non è soltanto in competizione con quella del conquistatore, o con l’assenza d’immagine – come nel caso della Shoah – ma anche con una sovrabbondanza di immagini legate al divertimento.
In contrapposizione a questo flusso iconografico sui “pellerossa” che caratterizza il XX secolo, il libro fototestuale viene spesso presentato come una forma della permanenza, che più di altre conferisce peso all’immagine, e tenta di promuovere un’etica dello sguardo. Ci possiamo chidere, allora, come si comporta il fototesto di fronte alla diffusione di questo immaginario dei nativi americani sul lungo periodo? La nostra riflessione intende sottoporre al vaglio di questo interrogativo alcune opere fototestuali molto diverse tra loro per forma e aspetto: un’enciclopedia fotografica americana dei primi del Novecento, le memorie di un pioniere del western francese pubblicate negli anni Sessanta del XX secolo, e un racconto su Buffalo Bill del 2014.
Gli storici non concordano sulla datazione dell’inizio della “cultura di massa” americana. Seguiamo Robert W. Rydell e Rob Kroes, che propongono di situarla alla fine dell’Ottocento. R. W. Rydel, R. Kroes, Buffalo Bill Show. Il west selvaggio, l’Europa e l’americanizzazione del mondo, Roma, Donzelli, 2006, in particolare l’introduzione e il primo capitolo.
Cfr. G. Didi-Hubermann, Images malgré tout, Paris, Éditions de Minuit, 2003.