4.1 Genius Loci. La casa dell’Odin Teatret: per un atlante fototestuale della memoria

di Doriana Giudice

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Catturare, immortalare e restituire lo ‘spirito del luogo’ della casa d’arte di un teatro di sperimentazione e di ricerca come quello incarnato dall’Odin Teatret da ormai sessant’anni non è impresa semplice. Gli appassionati e audaci Francesco Galli (architetto, fotografo e documentarista), Eugenio Barba (regista e fondatore dell’Odin Teatret nel 1964) e Julia Varley (storica attrice del gruppo) vi sono riusciti attraverso la pubblicazione del volume fototestuale intitolato Genius Loci. La casa dell’Odin Teatret (Odin Teatrets Forlag, 2020) dapprima in inglese e poi nella traduzione italiana e spagnola.

Il libro [fig. 1] – volto a restituire la complessità di uno spazio teatrale oggi scomparso e dedicato «a tutti coloro che hanno costruito l’Odin Teatret e al “popolo segreto” che lo ha amato», come indicato nel frontespizio – accoglie in copertina una fotografia di Galli raffigurante uno degli alberi del luogo, fasciato da una sciarpa color oro su uno sfondo di foglie dai toni caldi, la cui composizione grafica è stata curata da Silvia Formenti. Il testo è costituito, in larga parte, da una sezione intitolata Guida al genius loci dell’Odin Teatret che comprende 130 scatti autoriali ‘rigorosamente a colori’ di Galli – come richiesto dal regista al fotografo –, il quale ne ha curato anche il progetto grafico. Le foto sono inframezzate da 29 brevi ed evocative riflessioni di Barba rese in corsivo, insieme alle didascalie descrittive dei vari luoghi del teatro-casa redatte dal fotografo-autore con l’aiuto di Barba e Varley. Di seguito alla guida si trovano poi un saggio di Varley intitolato Muri che parlano, corredato da 8 disegni raffiguranti alcuni dei luoghi della casa-teatro; una sezione dal titolo Da fattoria a teatro: piante, mappe e disegni con raffigurazioni dell’Odin Teatret dal 1966 al 2020; un saggio di Galli intitolato Porte sensibili e una sezione finale dedicata al lavoro di Barba e dell’Odin che include il manifesto per la fondazione (1964), la lettera di commiato (2020), la dichiarazione per il futuro (2010) e un breve curriculum vitae dell’Odin Teatret.

Genius Loci. La casa dell’Odin Teatret, proponendo le fotografie dei luoghi originari della compagnia più che quelle delle persone che la compongono – sono solo due le foto che raffigurano il gruppo teatrale nel 2009 e poi nel 2020 e che chiudono l’apparato fotografico di Galli –, può essere inquadrato dentro un preciso modello fototestuale, ossia quello di un piccolo ‘atlante della memoria’ che prende la «forma del racconto di viaggio, del reportage, del nostos in uno spazio che si è trasformato nel tempo» (Rizzarelli 2019) e che, in questo caso specifico, ha perso la sua funzione originaria.

L’Odin Teatret – è opportuno, a questo punto, ricordarlo – è stato fondato il primo ottobre 1964 da Barba e da quattro aspiranti attori rifiutati dalla scuola teatrale di Stato di Oslo che nel 1966 pensarono bene di trasferirsi a Holstebro in Danimarca – dove non esisteva ancora un edificio teatrale – per dare vita al Nordisk Teaterlaboratorium in una fattoria in disuso chiamata Særkær (‘particolarmente cara’ in danese) a due chilometri dalla cittadina di 16.000 abitanti: lì, al posto della stalla delle mucche e del lungo porcile, sorgerà quell’edificio bizzarro e dall’indiscutibile austerità scandinava che ha rappresentato la casa dell’Odin Teatret fino al 31 dicembre 2020 e di cui Galli, nel suddetto volume, ci consegna una ricca testimonianza fotografica.

Non è la prima volta che il fotografo viterbese collabora con l’Odin Teatret o che si cimenta in simili operazioni: da anni, infatti, è un osservatore privilegiato del gruppo teatrale e lo segue non solo in Danimarca, ma anche in varie parti del mondo, realizzando documentazioni fotografiche e video sull’attività pedagogica e creativa di Barba. Dai suoi scatti emerge il vivo interesse per il teatro, per l’architettura, per l’antropologia, per l’etnografia e, non ultimo, per il paesaggio.

Le passioni di Galli sono le stesse che trapelano da ogni angolo, stanza, corridoio, sala, deposito del teatro-casa dell’Odin e trovano una naturale consonanza con l’energia visionaria di Barba, il quale accoglie con entusiasmo il progetto di creare un racconto visivo e testuale della sua Heimat, confluito in un fototesto che prosegue, riadattandola, la tradizione delle precedenti operazioni realizzate dal regista salentino insieme allo studioso Nicola Savarese.

Già nei due volumi, ricchissimi di immagini eterogenee e di difficile catalogazione, L’arte segreta dell’attore. Un dizionario di antropologia teatrale (Edizioni di Pagina, 2001) e I cinque continenti del teatro. Fatti e leggende della cultura materiale dell’attore (Edizioni di Pagina, 2017), infatti, Barba e Savarese sperimentavano l’utilizzo di fotografie, disegni e rappresentazioni visive come accompagnamento evocativo e insieme didascalico della narrazione sulle tecniche dell’attore.

Anche in Genius Loci. La casa dell’Odin Teatret l’apparato visivo – in questo caso più fotografico che iconografico – è fondamentale. Gli scritti di Barba e le fotografie di Galli, infatti, interagiscono tra loro creando un gioco di rimandi tra testo e immagine e dei corto circuiti efficaci. La sequenza delle fotografie documentarie scattate da Galli – talvolta da diverse prospettive – e la loro successiva impaginazione creano un vero e proprio montaggio drammaturgico, realizzato dal fotografo grazie ai preziosi consigli di una guida d’eccezione come quella di Barba, ultimo carismatico Maestro occidentale del Teatro del Novecento.

Si genera così un percorso visivo che segue la geografia e l’architettura della sede dell’Odin Teatret a partire dagli spazi esterni abbelliti da bassorilievi, statue di legno e di pietra, una barca da pesca balinese, bandiere filiformi chiamate umbu-umbul e un’altalena sotto la quale gli attori dell’Odin «hanno seminato le loro ombre»; nascosti nella terra, infatti, «riposano costumi e oggetti di scena di cinquant’anni di spettacoli e lavoro» (Barba, Galli, Varley 2020, p. 38). Il vialetto [fig. 2] che conduce all’entrata principale del teatro – «una strada su cui viaggiare per incontrare gli altri», commenta Barba nella sua didascalia – è incorniciato da alberi fasciati da sgargianti tessuti in rosso, giallo e viola come nei templi della Cambogia e impreziosito da un grande arco rosso in stile giapponese e da un gigantesco cavallo blu piazzato davanti al laboratorio tecnico; si intravedono poi una torre con finestre irregolari – tradizionale porta d’accesso giapponese che conduce a un’area sacra – e una cupola di zinco. L’ispirazione è tipicamente orientale e ciò non stupisce data la concezione teatrale di Barba, espressa in una delle sue riflessioni intrise di poetiche metafore contenute nel volume:

Il teatro è la nostra isola galleggiante, l’incerto terreno che affonda sotto i nostri piedi appena smettiamo di coltivarlo. Ma è anche il santuario che permette l’incontro, il superamento dei limiti personali, la fioritura della nostra differenza. (2020, p. 22)

È lo stesso Galli a raccontare di come, al di là della già esplicitata passione per l’universo teatrale di Barba, sia stato affascinato dalla particolarità di uno spazio teatrale che non è quello convenzionale occidentale, ma piuttosto quello di un luogo in cui tutto «è estremamente flessibile e malleabile in funzione delle necessità, delle situazioni, delle persone» (2020, p. 212). Di conseguenza, «le successive trasformazioni, le addizioni di nuovi volumi e i rinnovati assetti logistici hanno configurato una particolare disposizione interna» (2020, p. 208) rendendo gli spazi del teatro molto duttili, «adatti e adattabili sia per il lavoro individuale che per la società e l’aggregazione (2020, p. 212). Il teatro dell’Odin infatti, spiega Varley, non è stato costruito in base a un disegno prestabilito, ma è cresciuto aggiungendo dei pezzi secondo le occasioni:

una piccola sala in più per le prove, una casetta per accogliere i partecipanti di un seminario, una sala più grande per uno spettacolo che è cresciuto troppo durante le prove, la nicchia dove si erge “la pietra che canta” dello scultore italiano Pinuccio Sciola, i due leoni balinesi di granito che proteggono l’entrata, i depositi per scenografie e oggetti degli spettacoli ancora in repertorio sempre più numerosi, la stanza sopra il vecchio silo in onore a Sanjukta Panigrahi, una nuova cucina (ore ce ne sono tre), altre docce, un secondo piano per accogliere gli archivi e chi li usa, il ripiano per cambiare pannolini ai bambini, la stanza con la moviola e poi quella per i video, la sala Musica che diventa refettorio durante le Odin Week Festival, la panchina rossa usata per le pause quando c’è il sole, l’altalena nel prato di fronte ad Epidauro, l’anfiteatro all’aria costruito su un fossato pieno d’acqua che dopo un nubifragio quest’estate si è sopraelevato fluttuando sul laghetto come una vera isola galleggiante. (2020, p. 169)

L’edificio danese appare, ad una prima occhiata, «un labirinto di spazi dalla logica misteriosa» (Varley 2020, p. 166) nel quale si susseguono corridoi, soffitti, torri, nicchie, mansarde e scale a chiocciola che portano a uno spazio, poi a un altro e poi di nuovo al punto di partenza. In questo teatro a conchiglia, dalla «profondità di spirale infinita» (Varley 2020, p. 167), siamo accompagnati dall’occhio fotografico di Galli che riesce a orientarsi molto bene: probabilmente perché, come spiega nel suo saggio, «essendo nato e vissuto in una città di origine medioevale» (2020, p. 208), Viterbo, lo spazio che si attorciglia su sé stesso lo trova molto familiare.

Forse è anche per questo che Galli riesce a diventare non solo regista di questa insolita ‘pièce fotografica’ dedicata alla casa dell’Odin Teatret, ma anche «scrittore del catalogo, allestitore delle sale, guida del museo», come scrive Lavinia Torti nel suo saggio a proposito di Autoritratto nello studio di Giorgio Agamben (2020, p. 223). Pur fotografando un luogo che non gli appartiene direttamente – come accade, invece, nel caso del filosofo italiano – il fotografo viterbese diviene in questa sede, in modo simile allo scrittore, «l’allestitore di uno spazio espositivo, ove tale spazio è l’oggetto-libro» (Torti 2020, p. 217) e, pagina dopo pagina e fotografia dopo fotografia, ci restituisce il racconto di questo inconsueto e paradossale ‘santuario’ teatrale. Scopriamo così che, quel luogo dall’aura mistica, ha accolto «persone di differenti tradizioni e provenienze» (Barba 2020, p. 8) che hanno deciso di riunirsi proprio lì («erigiamo una casa e la chiamiamo teatro», 2020, p. 6) per soddisfare il «bisogno di «allontanarsi ciascuno dalla propria prospettiva originaria, di evadere dalla propria terra e dalle proprie radici, per creare una nuova Heimat, una casa d’arte, un mondo diverso» (2020, p. 8).

Il lettore-spettatore, affidandosi alla guida del fotografo-artista, non solo entra dentro al fototesto di Barba, Galli e Varley, ma riesce persino a orientarsi dentro la sede dell’Odin Teatret che, ad un primo sguardo, appare come un vero e proprio caleidoscopico contenitore di scatole cinesi, un mondo a sé stante con proporzioni, disposizione e forme diverse rispetto all’architettura di un teatro tradizionale, a partire dal foyer del piano terra [fig. 3]. Questo ‘luogo dell’attesa’, denominato da Barba «spazio delle aspettative» (2020, p. 51), funge da biglietto da visita dell’intero edificio e non ci riporta propriamente all’immagine canonica di un teatro, quanto piuttosto a quella di «una mansione di famiglia dove ogni dettaglio custodisce una storia» (Varley 2020, p. 165).

Il foyer, infatti, si presenta adornato da tappeti orientali di vari stili e grandezze sui pavimenti, teli con vividi disegni rossi-blu-bianchi provenienti dall’Egitto sui soffitti, pareti e corridoi tappezzati da fotografie degli spettacoli, maschere da diverse parti del mondo e manifesti originali del teatro di Mejerchol’d, del Berliner Ensemble, del Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski, di Kazuo Ohno e di molti altri gruppi teatrali e ancora, cartelloni delle tournée dell’Odin Teatret, delle sessioni dell’ISTA (International School of Theatre Antropology), della Festuge – Settimana di Festa insieme a quadri, altarini e strane figure.

Ripercorrere l’intera struttura di Holstebro in questa sede sarebbe pretenzioso, ma non possiamo non soffermare un attimo il nostro sguardo sui luoghi più specificatamente teatrali del teatro-casa: la sala Bianca, la sala Nera, la sala Rossa del piano terra – la Sala Blu al primo piano. Sono gli spazi ideati da Barba e realizzati con l’assistenza tecnica di architetti e muratori per sperimentare gli effetti provocati sugli spettatori dalla deprivazione degli stimoli. Barba, infatti, «influenzato dalla lettura degli esperimenti del neuropsicologo russo Alexander Luria», trasforma la stalla delle mucche in uno spazio nudo dipinto totalmente di un colore, «soffitto e pavimento compresi, pronto ad evocare qualsiasi trasformazione e tipo di relazione», immaginando di disorientare gli spettatori rendendoli «più suscettibili agli effetti emotivi dello spettacolo» (Varley 2020, p. 172).

Entriamo anche noi dentro quelle ‘scatole’ [figg. 4-5], ognuna di un colore diverso, in punta di piedi e rigorosamente scalzi, per assistere – in religioso silenzio – al training fisico degli attori e delle attrici dell’Odin Teatret, ai loro seminari o alle prove dei loro spettacoli facendoci trasportare dalle parole di Barba, il quale ci suggerisce che, dentro quelle sale ‘magiche’, tutto può accadere:

Il teatro permette di sperimentare come servirsi delle illusioni senza che le illusioni si servano di noi. Fare teatro vuol dire vivere in uno spazio di incanti, creare arcipelaghi d’isole fatate, tragiche o grottesche, specchi del mondo che conosciamo o mondi dissimili dal reale fino al delirio fantastico. Isole in cui orientarsi o labirinti in cui nulla appare certo. Ma dopo ogni incanto, la bacchetta magica deve essere spezzata e gettata via, ogni sera, dopo l’ultima scena. (2020, p. 62)

La casa dell’Odin Teatret non accoglie, però, soltanto spazi specificatamente teatrali: ci sono, infatti, anche «luoghi dove cucinare, mangiare, riunirsi leggere, scrivere» (Varley 2020, p. 166). All’Odin Teatret lo spazio fisico, infatti, «è pensato per accogliere ed essere vissuto durante ventiquattro ore e ogni dettaglio rivela e stimola una continuità di relazione»; potremmo dire, quindi, che l’intero edificio «è organizzato più per chi abita il teatro – per gli attori – che per gli spettatori» in un «intreccio incongruo di zone dove i suoi abitanti permanenti – gli attori, il regista e gli altri collaboratori – trascorrono il giorno e spesso anche le notti tra le più svariate attività» (Varley 2020, p. 166), senza dimenticare i loro visitatori temporanei: gli spettatori.

Proseguendo il nostro cammino, incontriamo così alcuni degli ‘spazi quotidiani’ che dimostrano «quanto sia il tempo – il tempo del lavoro, della festa, dello spettacolo, del riposo – a modificare e plasmare lo spazio e non viceversa» (Galli 2020, p. 213): una delle tre cucine del teatro, uno dei dodici gabinetti del teatro, il laboratorio tecnico, l’ufficio dell’amministrazione, la sala Musica che durante i seminari si trasforma in sala da pranzo, la sartoria e, ultimi ma non certo per importanza, i camerini degli attori che, pur con aspetti diversi, appaiono come «piccoli musei, pieni di oggetti e ricordi» (Varley 2020, p. 166). Il camerino di Varley (posto al piano terra) e l’ufficio di Barba (collocato al primo piano, vicino alla stanza dove viveva Grotowski quando visitava l’Odin Teatret), ad esempio, sono colmi «di oggetti, tessuti, maschere che ricordano spettacoli, viaggi, persone» (Varley 2020, p. 176), ma anche di fotografie, libri, costumi di scena, financo marionette e statue di cartapesta [figg. 6-7].

Dalla sterminata mole di ricordi accumulati tra quelle mura che hanno accolto le energie di persone provenienti da ogni parte del Mondo capiamo, quindi, quanto l’Odin Teatret abbia rappresentato «un luogo del fare» nel quale si sono mescolati, nello stesso spazio, «artigianato e pensiero, tecnica e estetica, poesia e militanza» (Galli 2020, p. 210), ma anche «disciplina e libertà, rigore e curiosità, apertura e saggezza» (Varley 2020, p. 189):

È un teatro, ma anche un luogo di incontri e scambi, una biblioteca, un archivio unico per approfondire una ricerca teorica, storica o pratica, un rifugio dove svolgere un processo di maturazione per uno spettacolo, sviluppare l’immaginazione e la creatività, l’autonomia e la libertà di pensiero, inventare piani arditi e metterli alla prova. È il qui e ora dove ognuno incontra sé stesso in ogni ora del giorno e della notte, e accoglie i viandanti casuali e i pellegrini che bussano alla porta. (Varley 2020, pp. 166-167)

L’Odin Teatret, infatti, ha aperto le sue «porte sensibili» (Galli 2020, p. 202) non solo agli artisti che volessero seguirne i seminari, gli incontri e i festival, ma anche agli studiosi interessati a condurre delle ricerche teatrali.  Ad esempio la Biblioteca – come indicato dai tre autori del fototesto nella didascalia di pertinenza – era un «luogo di concentrazione, di studio e di convivialità» nel quale si svolgevano «riunioni, incontri di affari e di lavoro», ma anche «feste e pasti in comune» (2020, p. 96) e non stupisce, quindi, che una volta approdati in quest’isola felice gli ospiti – non a caso era prevista per loro, al primo piano, una Suite Royale con dodici posti letto – rimanessero per giorni, mesi, talvolta per anni.

O ancora, per gli studiosi, era possibile consultare non solo le centinaia di principali riviste teatrali di tutto il mondo conservate in Biblioteca, ma anche i documenti preziosi del ricco Archivio dell’Odin Teatret (OTA) [fig. 8] – oggi conservati presso la Royal Library di Copenaghen che ospita l’intero archivio documentario dell’Odin Teatret – che si presentava, come si evince dalla fotografia di Galli, con lunghe pareti tappezzate di libri e alti armadi che conservavano faldoni colmi di lettere, documenti, fotografie, oltre a scaffali con registrazioni, nastri, filmati. La memoria del passato – sostiene il fotografo – vi trovava dimora e si trasformava in materia incandescente.

Le riflessioni di Barba e di Varley e, soprattutto, le fotografie di Galli dalle quali trapela quanto qualsiasi oggetto di visione diventi, per lui, «magicamente vivo e attraversato da forze capaci di venirgli addosso, di generare impulsi» (Mei 2022, p. 83), sono riusciti così a trasformare la memoria teatrale materiale e immateriale dell’Odin Teatret – per sua natura intrinsecamente effimera – in una forma d’arte visiva e letteraria quanto mai concreta e racchiudibile nell’oggetto-libro, consacrando il fototesto come uno dei possibili strumenti di documentazione da utilizzare nell’ambito delle arti performative contemporanee.

Questo è ancor più vero se si ricorda che, dal primo gennaio 2021, quell’edificio che per quasi sessant’anni ha rappresentato il teatro, la casa e il cuore pulsante dell’Odin Teatret, non esiste più, rendendo de facto il volume di Barba, Galli e Varley l’ultima e unica testimonianza – sia fotografica che memoriale – di un luogo teatrale ormai scomparso. Il 31 dicembre 2020, infatti, Barba ha lasciato il suo incarico di direttore del Nordisk Teaterlaboratorium e la mole sterminata di materiali che conteneva l’Odin Teatret (i libri della sua biblioteca, gli oggetti di scena, le scenografie, le maschere e tanto altro) sono stati donati alla Regione Puglia e sono confluiti nel 2023 presso la Biblioteca Bernardini di Lecce che ospita l’installazione dell’Archivio Vivente di Barba chiamato LAFLIS, Living Archive – Floating Islands. L’Odin Teatret, invece, ha continuato a lavorare attivamente – pur non avendo più una sede fisica – con vari spettacoli e progetti perché il genius loci della sede di Holstebro, come ricorda Varley, vive e risuona, ancora oggi, in ogni componente del gruppo teatrale:

Ho voluto ricordare il genius loci di Særkær sottolineando forme, proporzioni, colori, disposizione, oggetti, mobili, porte, finestre, scale, quadri, stanze, soffitti, torri, nicchie, mansarde, corridoi, e soprattutto l’energia e le motivazioni di donne e uomini. Questo spazio fisico che ci abbraccia e ci separa dal mondo è un microcosmo impregnato di memorie ed esperienze del nostro gruppo di teatro. I muri parlano perché il genius loci è nutrito da tutte le persone che hanno collocato un mattone sopra l’altro per proteggerne la voce ed essere protetti. Abbiamo costruito insieme con ostinazione, ognuno con lo sguardo oltre i muri per seguire la propria stella polare. (2020, p. 189)

Se è vero, dunque, che «tutti abbiamo bisogno di radici, soprattutto noi dell’Odin che non abbiamo una patria in comune e visitiamo senza sosta luoghi e situazioni differenti» (Barba 2020, p. 40) – è altrettanto vero che:

L’identità del nostro teatro non è fondata sulla stabilità di un edificio, di un nome o di uno statuto istituzionale. Il nostro teatro siamo noi e i nostri comuni legami. Non desideriamo che continui fisicamente ad esserci un Odin Teatret. Dopo l’ultimo di noi, l’Odin Teatret continuerà a vivere solo come memoria. (Barba 2020: 219)

La preziosa testimonianza di Genius Loci. La casa dell’Odin Teatret – l’ultimo racconto fotografico di uno spazio teatrale che non esiste più, uno spazio dell’incontro ormai ‘sconsacrato’ – conferisce a questo articolato fototesto dedicato alla sede storica del gruppo a Holstebro, un ulteriore valore documentario, trasformandolo, come già anticipato, in un piccolo atlante della memoria. Grazie allo sguardo attento di Francesco Galli, ai vividi ricordi di Julia Varley e all’onirica voce fuori campo di Eugenio Barba, infatti, sono state raccolte, conservate e preservate le tracce di un’esperienza unica nel panorama teatrale del Novecento che – a imperitura memoria di quello che è stato ‘lo spirito del luogo’ dell’Odin Teatret – «cadranno come pioggia sulla testa di chi non se l’aspetta» (Barba 2023, p. 454).

Sub specie aeternitatis.

Bibliografia

G. Agamben, Autoritratto nello studio, Milano, Nottetempo, 2017.

E. Barba, N. Savarese, L’arte segreta dell’attore. Un dizionario di antropologia teatrale, Bari, Edizioni di Pagina, 2001.

Id., I cinque continenti del teatro. Fatti e leggende della cultura materiale dell’attore, Bari, Edizioni di Pagina, 2017.

E. Barba, F. Galli, J. Varley, Genius Loci. La casa dell’Odin Teatret, Holstebro, Odin Teatrets Forlag, 2020.

E. Barba, Le mie vite nel Terzo Teatro. Differenza, mestiere, rivolta, a cura di L. Masgrau, Bari, Edizioni di Pagina, 2023.

G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetiche del fototesto, Milano, Mimesis, 2020.

D. Colucci, L. Trapassi (a cura di), Iconotesti narrativi nell’Italia contemporanea, Firenze, Franco Cesati Editore, 2024.

M. Cometa, R. Coglitore, Fototesti. Letteratura e cultura visuale, Macerata, Quodlibet, 2016.

S. Mei, ‘Nello sguardo dell’incontro: teatro, paesaggio e natura nei racconti fotografici di Francesco Galli’, RSF. Rivista di Studi di Fotografia, n. 13, 2022, pp. 78-96.

M. Rizzarelli, ‘Nuovi romanzi di figure. Per una mappa del fototesto italiano contemporaneo’, in G. Carrara, R. Lapia (a cura di), Narrativa italiana degli anni Duemila: cartografie e percorsi, ‘Narrativa’, 41, 2019, pp. 41-54.

L. Torti, ‘Il Bilderatlas nello studio di Giorgio Agamben. Note sul montaggio nell’iconotesto Contemporaneo’, LEA – Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente, n. 9, 2020, pp. 215-231.

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