3.3 I fototesti manicomiali di Fabrizia Ramondino

di Marina Guglielmi

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Marco non era un cavallo brado, scalpitante, impetuoso, ardente, di quelli che nell’immaginario mitico corrono sulla riva del mare o in sconfinate praterie […] Era un cavallo aggiogato a un carretto che trasportava lungo i viali del san Giovanni la biancheria sporca e le vettovaglie. Eppure nel ricordo di coloro che per decenni erano stati a guardarlo da dietro le sbarre era un’immagine di libertà […] ché lui poteva salire e scendere lungo quei viali alberati, loro preclusi. (Ramondino 1998, p. 15)

Fabrizia Ramondino in questo breve testo, Delle peripezie di Marco Cavallo quando andò a farsi fotografare a Sistiana, ripercorre la storia del cavallo azzurro di legno e cartapesta, chiamato Marco Cavallo, ispirato al vecchio ronzino che tirava il carretto della biancheria sporca nei giardini del manicomio San Giovanni, a Trieste. Marco Cavallo, divenuto l’icona della ‘rivoluzione basagliana’ e della chiusura degli ospedali psichiatrici italiani, era stato fabbricato nel 1972 nel laboratorio creativo del Padiglione P dai pazienti guidati dallo scultore Vittorio Basaglia e dal regista teatrale Giuliano Scabia. Il suo portato simbolico è anche nel ventre apribile con un piccolo sportello, a cui i degenti affidavano segreti e desideri scritti su foglietti. Il suo colore è l’azzurro, continua l’autrice, «forse perché fra i colori è quello più adatto a rappresentare la trasformazione del reale in surreale, della bruta materia in immagine sognata, dell’infelicità in felicità, della necessità della Storia in spirito dell’Utopia» (1998, p. 16). Marco Cavallo viaggia fuori dal manicomio a partire dal 25 febbraio 1973, data del corteo in cui pazienti, medici e personale ospedaliero sfilarono per le strade della città.

Il primo fototesto a cui faccio riferimento è Trieste dei manicomi. Antologia precaria di un cambiamento epocale. Diciannove fotografi raccontano (Ramondino 1998) che ripercorre l’avventura della deistituzionalizzazione – a vent’anni dall’approvazione della Legge 180, nota come Legge Basaglia – affiancando le immagini storiche a scritti di Franco Basaglia e di Fabrizia Ramondino. A Marco Cavallo sono dedicate nel libro numerose fotografie: la più nota è quella di Neva Gasparo che ha immortalato uno dei momenti cruciali nella foto intitolata Abbattimento del cancello, Trieste, 25 febbraio 1973 [consultabile al link https://fotocult.it/la-pazza-storia-di-marco-cavallo/], «quando Franco Basaglia ha spaccato con una panchina di ghisa il muro di cinta dell’Ospedale psichiatrico triestino – il muro della reclusione – perché Marco Cavallo era così grande che non riusciva a passare» (Magris 2011). Lo seguivano centinaia di ricoverati per le vie della città, un corteo festoso per portare fuori dalle mura degli ospedali psichiatrici la voce del cambiamento, come ritratto nelle foto di Fedele Toscani presenti nel libro. Ma anche un momento di tensione per questi primi matti che si aggiravano fuori dalle mura in cui erano rinchiusi da tempo, come riporta Ramondino nel testo inserito nel fotolibro. La scrittrice nel 2000 aveva pubblicato Passaggio a Trieste (2000), un Diario di bordo del suo soggiorno presso il Centro Donna Salute Mentale della città, in cui anticipava le stesse parole su Marco Cavallo nelle pagine del 15 settembre. La riproposizione editoriale del breve racconto nel fototesto Trieste dei manicomi arricchisce le riflessioni della scrittrice mediante l’apparato fotografico che si somma al suo immaginario visuale, già nutrito nella scrittura diaristica di citazioni tratte da film di Truffaut, di Hitchcock, o interpretati da Marylin Monroe.

Nella sovrapposizione cronologica e visuale del passato e del presente mediante la giustapposizione nel volume di immagini storiche a immagini contemporanee, Ramondino commenta le vicende dell’oggetto simbolo della rivoluzione basagliana, il Marco Cavallo, e allo stesso tempo riflette sull’effetto ambivalente che l’apertura del manicomio produce sulla città. Se da una parte prevale infatti un clima di gioia e di festa, fra sfilate, cantastorie e burattini con il loro seguito di ex internati e medici, di infermieri e artisti, come emerge nelle foto di Maurizio Conca, dall’altra aleggia la diffidenza degli abitanti di Trieste, nascosti dietro le finestre chiuse:

In strada c’è gioia, libertà, gioco. Alle finestre aperte – ma molte rimangono chiuse – si affacciano, timidi o curiosi, gli abitanti, fra cui i bambini, questi però anche festosi e desiderosi di scendere in strada, ma trattenuti da genitori e parenti. Nell’incontro tra savi e matti sembra che si siano invertiti i ruoli, quali segreti, quali bugie, quali domestiche costrizioni, difese e follie trattengono quei “carcerati” alle finestre, impedendo loro di partecipare alla festa della verità e della condivisione? (Ramondino 1998, p. 20)

Trieste dei manicomi ben rappresenta l’evoluzione del racconto visuale sugli ospedali psichiatrici: una scrittrice partecipe del processo trasformativo in atto nell’ambito della salute mentale e l’autore del cambiamento, Basaglia, accompagnano con le loro scritture le fotografie che rappresentano l’apertura e la fine dell’ospedale psichiatrico San Giovanni fra il 1968 e il 1998. Oltre ai tre citati, gli altri fotografi presenti nel libro sono Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Mark Edward Smith, Paola Mattioli, Gian Butturini, Claudio Erné, Raymond Depardon, Raffaele Venturini, Tiziano Neppi, Uliano Lucas, Carlo Spaliviero, Toni Thorinbert, Arnaldo Di Vittorio, Francesco Zizola, Ugo Panella e Marisa Ulcigrai.

A un solo fotografo, Ugo Panella, si devono invece le ottanta immagini presenti nel secondo fototesto ‘post manicomiale’, realizzato dieci anni più tardi da Fabrizia Ramondino in collaborazione con le psichiatre Assunta Signorelli e Renate Siebert: In direzione ostinata e contraria. Con 80 immagini di Ugo Panella (Ramondino 2008).

Anche in questo caso la scrittrice è testimone di una fase del processo di deistituzionalizzazione: qui la combinazione fra scrittura e fotografia nasce dall’occasione del nuovo incarico di Assunta Signorelli per la riorganizzazione del servizio territoriale di salute mentale all’Istituto San Giovanni di Serra D’Aiello.

Nella fase più recente, apertasi negli anni Novanta, quando si è concluso il lento processo di dismissione degli istituti, si sono affermati diversi tipi di prodotti: i fototesti che possiamo definire ‘del cambiamento’, che rievocano il processo di deistituzionalizzazione con foto storiche pre e post 1978; quelli ‘di svuotamento’ che testimoniano il percorso di abbandono dei luoghi, del loro degrado ma anche le fasi di rifunzionalizzazione e recupero degli spazi degli ex ospedali psichiatrici, avvenuto gradualmente e solo in parte, in cui le immagini di tetri casermoni in rovina convivono con quelle di musei della mente e di luoghi adibiti a nuove forme di assistenza per la sofferenza mentale.

E infine i fototesti di ‘rinnovata denuncia’ rispetto ad altre realtà di cura della salute mentale, dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ai nuovi centri previsti dalla Legge 180 che non sempre, come nel caso dell’Istituto di Serra D’Aiello, rispondono alle aspettative di rinnovamento. Foto di grande impatto convivono con testi di autori politicamente impegnati, come nel caso di Ramondino.

Tornano infatti nel caso di In direzione ostinata e contraria, come nei prodotti editoriali precedenti alla Legge 180, immagini di sofferenza e degrado. Ugo Panella riprende primi piani di degenti in sofferenza [figg. 1 e 2], foto dei luoghi di reclusione ripresi dall’esterno [fig. 3] e dall’interno dell’Istituto [fig. 4].

I testi inseriti nel libro accompagnano lo spirito di denuncia dell’operazione: l’autrice ne Il ragno nero definisce le difficili condizioni dei ricoverati al Papa Giovanni come «un viaggio indietro nel tempo di vari decenni» (Ramondino 2008, p. 164), e mette in primo piano il legame fra assistenzialismo e corruzione: «una vera ragnatela di potere e burocrazia» che ha collegato i vari soggetti al «regime del voto di scambio, del ‘familismo amorale’, dell’incompetenza dei politici o delle loro connivenze con interessi economici, a volte mafiosi, della malasanità» (ivi, p. 165). Signorelli, da parte sua, osserva che «le reti alle finestre, molte oramai rotte e arrugginite, e le urla che riempiono l’aria segnalano da subito che dietro quelle reti vive un’umanità altra» (Signorelli 2008, p. 7).

Facciamo un passo indietro. Per capire meglio a che cosa si sta richiamando il lavoro di Panella bisogna riportare alla mente le note fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin pubblicate nel fototesto del 1969, Morire di classe (Basaglia 1969).

Per considerare la narrazione visuale del panorama manicomiale italiano bisogna infatti attendere le prime incursioni negli ospedali psichiatrici da parte dei fotografi e dei reporter, facilitati a partire dagli anni Sessanta dal movimento di Psichiatria democratica. Le immagini fotografiche non avevano più una funzione scientifico-diagnostica come in passato, ma diventavano piuttosto uno strumento di svelamento e di denuncia, erano destinate a un pubblico non specialistico e per la prima volta mettevano in relazione i luoghi istituzionali con i corpi che contenevano.

Sono gli anni in cui il fotogiornalismo si arricchiva di fotoinchieste e, in particolare, il fotoreportage umanitario, sviluppatosi negli anni Sessanta, vedeva l’uscita del primo libro fotografico italiano dedicato a un ospedale psichiatrico, Gli esclusi, pubblicato da Luciano D’Alessandro nel 1969 (D’Alessandro 1969). Realizzato all’Ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Inferiore con la collaborazione del direttore, Sergio Piro, la serie di fotografie aveva l’obiettivo di restituire la vera immagine dei malati all’interno dello spazio istituzionale [fig. 5].

Si tratta di un libro fotografico di grande impatto, tuttavia sarà l’inserimento di numerosi testi ‘di rottura’ nell’altra raccolta fotografica pubblicata nello stesso anno, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin [consultabili al link https://www.2001agsoc.it/materiale/sconfinamenti/Sconfinamenti.N14.pdf] (Basaglia 1969), a farne il prodotto visuale di maggiore denuncia e a produrre un grande impatto sul pubblico italiano.

Si tratta infatti del primo fototesto in cui i due curatori, Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, compongono le immagini degli spazi chiusi e degradati di alcuni ospedali psichiatrici e, soprattutto, degli internati intrappolati in camicie di forza, in un dialogo a più voci con numerosi autori. Non si tratta più del commento psichiatrico puntuale, come nello scritto di Piro presente all’interno del fotolibro Gli esclusi, ma di una selezione di autori che, allo stesso Basaglia (che non si firma) accosta autori quali Erving Goffman, Michel Foucault, Bertolt Brecht, Franz Fanon, Luigi Pirandello, Primo Levi.

Sono brani narrativi, poetici, pubblicitari o saggistici che collocano Morire di classe in quello «scarto tra verbale e visuale» di cui parla Michele Cometa (2016, p. 73): il libro costringe il lettore alla crisi delle informazioni possedute e all’attivazione di nuovi canali interpretativi di una realtà prima invisibile, ora messa davanti ai suoi occhi e commentata da parole che in molti casi necessitano la costruzione di un nesso, la scoperta di significati altri.

Come accade ad esempio con le citazioni tratte da Se questo è un uomo di Primo Levi che, poste accanto alle foto degli internati, da una parte accendono il nesso fra manicomi e lager – tema oggetto in quegli anni di acceso dibattito (Del Boca 1966) –, dall’altra attivano esperienze memoriali private. Morire di classe aveva un obiettivo politico decisivo, «non proponeva immagini di speranza o di cambiamento» (Foot 2014, p. 172), lanciava invece un messaggio inequivocabile sulla necessità di intervenire e di chiudere gli ospedali psichiatrici, contribuendo in maniera decisiva a creare un’opinione pubblica riguardo la situazione delle istituzioni totali in Italia (Guglielmi 2018).

Ecco dunque che all’interno di In direzione ostinata e contraria, nell’accostamento delle fotografie di Panella con gli scritti di Ramondino, Siebert e Signorelli, si crea un legame diretto con le operazioni di denuncia degli anni Sessanta riattualizzandole e servendosi di nuove voci autoriali.

Per compiere un viaggio fototestuale in Italia che rappresenti il rapporto tra corpo e istituzione è d’altronde utile ricordare che è esistito a lungo un panorama segreto, rimasto invisibile agli occhi del mondo esterno. Le fortezze eterotopiche dei manicomi, disseminate su tutto il territorio nazionale, sono state i contenitori istituzionali di uomini, donne e bambini scomparsi tra le loro mura, a volte provvisoriamente, altre in forma definitiva, a vita. Quando nel 1978 la Legge 180 ne ha sancito la chiusura, ne erano attivi circa un centinaio, in buona parte sovraffollati. Al loro interno soggiornavano migliaia di persone – in gran parte ridotte a corpi – sottratte alla vista della società. È questo il panorama in cui si sono collocati negli anni Sessanta i primi fototesti di denuncia, le prime raccolte fotografiche che hanno avviato il processo di testimonianza visiva della situazione di drammatico degrado.

Prima di allora le raccolte fotografiche erano realizzate – da metà Ottocento – all’interno degli ospedali psichiatrici con un intento catalogatorio o scientifico-diagnostico e per un pubblico specialistico. Gli archivi degli ex nosocomi, in Italia e nel mondo, hanno prodotto e conservato grandi quantità di ritratti dei loro internati, a volte con ‘doppi ritratti’, realizzati prima e dopo il soggiorno coatto, a dimostrazione del presunto processo di normalizzazione della malattia mentale realizzato dalle cure (Carli 2011). I panorami umani delineati dalle fotografie dei folli rinchiusi nei sanatori mettevano in evidenza i tratti del volto, in primo luogo, con un intento lombrosiano, e il corpo solo quando utile allo studio clinico.

Negli anni zero i corpi e i volti sono restituiti allo spettatore, come in Panella, in stati di alienazione che richiamano quel nesso moderno tra manicomio e fabbrica messo in evidenza da studi quali The Years of Alienation in Italy (Diazzi, Sforza Tarabochia 2019). A partire dal lavoro fotografico di Vera Maone, Ramondino ha partecipato con Rossana Rossanda a un fototesto anche su questo argomento, ribadendo la familiarità fra luoghi che, nella recente storia italiana, hanno assorbito, fagocitato e alienato centinaia di persone, per poi essere dismessi e abbandonati. Si tratta delle vicende dell’impianto dell’Ilva, a Bagnoli, aperto nel 1910 e chiuso nel 1991, mentre lo smantellamento delle strutture e la bonifica del suolo iniziavano nel 1995 (Ramondino 2000) [consultabili al link https://www.veramaone.it/doc/fotografie/italsider1.html].

Nelle foto di Maone i caseggiati abbandonati e distrutti del paesaggio postindustriale (Rossanda 2000) ricordano quelli dei manicomi dismessi, anche lì a volte si affaccia un volto laconico, sospeso tra lo sgretolamento e lo spaesamento mentre le parole di Ramondino commentano:

Nessuno di noi era mai entrato in una fabbrica, tranne una compagna che aveva uno zio chimico all’Italsider. La fabbrica era infatti un’istituzione chiusa e le mura e i cancelli che la cingevano l’apparentavano a carceri, manicomi, collegi, caserme. (Ramondino 2000, p. 11)

Nella foto, un uomo abbarbicato in cima a una struttura fatiscente dello stabilimento dell’Ilva, già abbandonato, guarda in basso, verso la fotografa e verso di noi, con uno sguardo e una domanda che non possono non ricordarci quelle dei ricoverati immortalati, più e più volte, negli ospedali psichiatrici.

Bibliografia

F. Basaglia, F. Ongaro Basaglia (a cura di), Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Torino, Einaudi, 1969.

M. Carli, ‘Testimonianze oculari. L’immagine fotografica e l’abolizione dell’istituzione manicomiale in Italia’, Memoria e Ricerca, 47, settembre-dicembre 2014, pp. 99-113.

M. Cometa, ‘Forme e retoriche del fototesto letterario’, in Id., R. Coglitore (a cura di), Fototesti. Letteratura e cultura visuale, Macerata, Quodlibet 2016, pp. 69-115.

A. Diazzi, A. Sforza Tarabochia (a cura di), The Years of Alienation in Italy. Factory and Asylum Between the Economic Miracle and the Years of Lead, Cham, Palgrave, 2019.

L. D’Alessandro, Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale, presentazione di Sandro Piro, Milano, il Diaframma, 1969.

A. Del Boca, Manicomi come lager, Torino, Edizioni dell’Albero, 1966.

J. Foot, La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Milano, Feltrinelli, 2014.

M. Guglielmi, Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini, Firenze, Cesati, 2018.

C. Magris, ‘Colloquio con Peppe dell’Acqua. La battaglia del cavallo che liberò i malati di mente’, Corriere della Sera, 30 agosto 2011 <https://www.edizionialphabeta.it/files/142/public/rassegna_stampa/11-08-30-corriere_marco_cavallo.pdf> [accessed 2 September 2025].

F. Ramondino, Passaggio a Trieste, Torino, Einaudi, 2000.

Ead, ‘Delle peripezie di Marco Cavallo quando andò a farsi fotografare a Sistiana’, in A.M. Marinello (a cura di), Trieste dei manicomi. Antologia precaria di un cambiamento epocale. Diciannove fotografi raccontano. Con testi di Franco Basaglia e Fabrizia Ramondino, Trieste, Ultraviva editrice 1998, pp. 15-20.

Ead., ‘Il ragno nero’, in F. Ramondino, R. Siebert, A. Signorelli, In direzione ostinata e contraria. Con 80 immagini di Ugo Panella, Tullio Pironti editore, 2008, pp. 162-168.

Ead., ‘Una stagione a Bagnoli’, in R. Rossanda, V. Maone, F. Ramondino, Bagnoli. Lo smantellamento dell’Italsider. Fotografie di Vera Maone. Testi di Rossana Rossanda e Fabrizia Ramondino, Milano, Edizioni Gabriele Mazzotta 2000; ora in Ead., Modi per sopravvivere. Gli scritti politici, a cura di M. Armiero, Roma, e/o, 2023, pp. 189-195.

R. Rossanda, ‘Paesaggi postindustriali’, in R. Rossanda, V. Maone, F. Ramondino, Bagnoli. Lo smantellamento dell’Italsider. Fotografie di Vera Maone. Testi di Rossana Rossanda e Fabrizia Ramondino, Milano, Edizioni Gabriele Mazzotta 2000, pp. 5-9.

A. Russo, Storia culturale della fotografia italiana dal Neorealismo al Postmoderno, Torino, Einaudi, 2011.

A. Signorelli, ‘Scarti di speranza. Viaggio dal “San Giovanni” di Trieste al “Papa Giovanni” di Serra D’Aiello’, in F. Ramondino, R. Siebert, A. Signorelli, In direzione ostinata e contraria. Con 80 immagini di Ugo Panella, Napoli, Tullio Pironti editore, 2008, pp. 5-38.

 

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