Nella mappatura del fototesto italiano (realizzata all’interno del PRIN Fototesti: retoriche, poetiche e aspetti cognitivi) quelli di Fosco Maraini e Folco Quilici sono tra i profili più ricorrenti. Si tratta di due fotografi, scrittori e cineasti che dagli anni Trenta ai Duemila hanno posto scatti, parole e riprese al servizio della narrazione naturalistica, etnologica e antropologica di luoghi, manifestando un interesse comune verso le isole e le aree marine. L’autorialità del loro immaginario polimorfico è ancora da approfondire. Per tale ragione l’analisi, che qui verte su L’isola delle pescatrici di Maraini e Ultimo Paradiso di Quilici (editi entrambi nel 1960 nella stessa collana della casa editrice Leonardo Da Vinci), prova a rivedere insieme le differenti sfere mediali con cui hanno dato forma ad analoghe esigenze di espressione. La riedizione del primo nel 2024 per la Nave di Teseo non è oggetto di questa trattazione che si concentra sul contesto nativo di produzione.
Le due figure – fra i pionieri della visualità subacquea – hanno prodotto nella loro carriera reportage e documentari in rivista e in volume che attraversano aree geografiche e milieu culturali riflettendo anche sul ruolo dei media adottati. Le produzioni verbovisive di Maraini e Quilici, pur avendo entrambi la loro radice in Italia, si sono mosse sin dall’inizio fra vari continenti.
Fosco Maraini, in particolare, è stato animatore di una «proteiforme cultura». Grazie alla famiglia, alla formazione e al lavoro universitario fu aperto alle contaminazioni fra studi naturalistici, narrazioni di viaggi (soprattutto nell’Est asiatico), arti e culture. L’interesse visivo per la fotografia ha origine dal regalo di una zia, una piccola Kodak Brownie (acquistò poi una Leica e sperimentò la tecnica a colori). Servendosi dell’uso della camera, svolse le prime ricerche ed esplorazioni raccogliendo una vasta produzione bibliografica e visiva (propria e altrui) per conoscere altre realtà, da lasciare come raccolta accessibile a tutti. All’altezza de L’Isola delle pescatrici aveva pubblicato diversi esperimenti fototestuali in rivista e in volume, dopo molti viaggi e periodi di residenza in Italia, Inghilterra e Asia in qualità di fotografo (passando da una giovanile simpatia futurista all’idea di documentazione artistica promossa dal gruppo de La Bussola), di cineoperatore documentario (per cui ricordiamo soprattutto l’esperienza con la Panaria Film) e di studioso. Nel periodo fra le due guerre (ricordiamo che durante il Secondo conflitto bellico fu internato nei campi in Giappone per il suo antifascismo insieme alla moglie Topazia Alliata) e negli anni Cinquanta – periodo a cui risalgono i viaggi dietro le opere prese in esame – aveva lavorato in particolare a un progetto fotografico e letterario in viaggio nel Meridione d’Italia mai concluso intitolato Nostro Sud, con l’editore De Donato de La Leonardo da Vinci, casa editrice specializzata in racconti odeporici, con la quale condivise una stretta collaborazione fototestuale. Aveva inoltre pubblicato un fotoreportage sugli Ainu (1950) e i fototesti Segreto Tibet (1952) e Ore Giapponesi (1957); aveva contribuito con testi e immagini al volumetto Volto delle Eolie (1951) con Vitaliano Brancati e Massimo Simili; e, aveva collaborato fotograficamente ad Approdo in Grecia di Giovanni Comisso e ad altri libri di viaggio, come quello di Roger Peyrefitte.
L’amore per la narrazione di viaggi e avventure in forma scritta e visiva nasce invece in Folco Quilici per l’influenza dell’ambiente ferrarese vissuto accanto al padre. Questi era un esploratore aereo, giornalista e storico, vicino al mondo letterario e cinematografico che frequentava personalità come Bassani, Duvivier e Antonioni e lavorò come critico (pensando ad almeno un soggetto filmico). I primi viaggi per Quilici si svolsero dapprima in Italia, nell’Adriatico fino in Grecia, seguendo il trend della scoperta di quelle aree nato dopo la pubblicazione di Gente di mare di Giovanni Comisso (1928), e poi al fianco di una zia promotrice dell’aviazione italiana. Dopo la guerra, Quilici entrò a far parte del gruppo di regia del Centro sperimentale di cinematografia, in cui maturò l’idea delle riprese subacquee come approccio tutto da sviluppare ancora. Grazie a una vincita casuale, acquistò la prima camera Keystone 16mm e con un gruppo di amici appassionati di fotografia (conoscendo a una fiera anche l’esperto di immersioni, direttore della fotografia e attore Masino Manunza), intraprese progetti di fotografia e filmografia sottomarina in Italia e nel Mar Rosso, durante i quali realizzò il suo primo lungometraggio (Sesto Continente del 1954 con Mario Serandrei), e poi in Congo e Polinesia dove girò il film de L’ultimo paradiso (1957). Nel periodo bellico Quilici acquistò, attirato da un’immagine dipinta sulla copertina, Fra Squali e Coralli. Avventura nel Mar dei Caraibi del fotografo Hans Hass (fototesto pubblicato in tedesco nel 1941 e tradotto in Italia nel 1944). A cui va aggiunto anche l’interesse dichiarato dallo stesso per un’altra produzione fototestuale subacquea, Il mondo silenzioso del fotografo-cineasta Jacques-Yves Cousteau (edita nel 1953 e tradotto in Italia l’anno dopo), di cui cita il film nel libro di Ultimo Paradiso. Si tratta dunque di operazioni verbovisive che si pongono alla base della produzione editoriale e della sua esperienza filmica. Non stupisce quindi che, dopo il primo film, pubblicò anche nello stesso anno il fototesto Mala Kebir. L’avventura dei subacquei di Sesto Continente alla conquista di un primato mondiale (Gherardo Casini Editore, 1954) con le foto del regista e di Giorgio Ravelli. Parte del racconto sull’attacco da parte di uno squalo fu pubblicato anche da «Life», che per Quilici era la «la più prestigiosa rivista illustrata del mondo» (di cui era lettore), riedito in alcune raccolte, vincendo un premio.
All’interno dell’ampia produzione dei due ‘scrittori visuali’, L’isola delle pescatrici di Maraini e Ultimo paradiso di Quilici nascono dalla volontà di raccontare i viaggi in isole del Giappone e in Polinesia. In questi volumi emergono, rispetto all’uso sociale della fototestualità, in modo intersezionale le visioni interne ed esterne, concrete e immaginarie degli uomini e soprattutto delle donne in rapporto alla natura, alla storia e alla cultura dei luoghi. In entrambi i casi il principale stimolo e motore narrativo è dato dal racconto della realizzazione di due film documentari. Le fotografie e le parole in questo caso, destinate sin dall’inizio alla pubblicazione, hanno guidato quindi la progettazione delle opere cinematografiche in forma di appunti di riflessione. Essi risultano però anche strettamente legati ai film, sia per l’adozione nel fototesto di fotogrammi derivati dalle riprese che per la rielaborazione intermediale della stessa materia. Ciò moltiplica la ricchezza dei livelli metatestuali.
Fra le categorie già delineate negli studi sulla fotoestualità (delle cui potenzialità espressive e formali i due autori non potevano possedere la stessa cognizione contemporanea), il modello ekphrastico prevale per il lavoro parallelo, reciproco e sinergico delle fotografie e delle parole, che si alternanano su un supporto con un format coincidente con l’ideale canonico del ‘libro illustrato’. Vedremo meglio però nell’analisi della loro presentazione e struttura come oggetti simili siano in realtà vettori di più sottili costruzioni fototestuali presenti nelle idee dei due autori almeno rispetto al rapporto fra parole e fotografie.
Dovremmo lavorare quindi su una storicizzazione della gradualità fototestuale e delle sue dinamiche anche al di là degli orientamenti. Questa prospettiva può consentire di osservare i fototesti come media intermediali nella pratica: come degli unicum dati da supporti, tecniche ed esperienze fra parole e immagini anche al di là di intenti più o meno consapevoli. Assumendo queste opere come un medium specifico possiamo esaminare non solo il dialogo, i prestiti, i riferimenti o le tensioni fra i due codici rimediati alla base ma la nascita di assemblaggi ibridi e autonomi, come suggerisce l’idea mediologica della fototestualità proposta da Carrara.
L’intermedialità infatti, fra i vari tratti che denota, può essere capace, come sosteneva J.E. Müller, di indicare nuove forme di comunicazione o il loro formarsi. Del resto, come accade in questo caso, anche la fotografia potrebbe essere vista come il ‘medium’ di riferimento a cui si assocerebbero delle parole, in una logica intermediale per cui, come suggerisce Lars Elleström, essa esiste in varie forme di produzione, archiviazione, distribuzione e realizzazione (con differenti materialità e aspetti sensoriali, spazio temporali, ricettivi e linguistici). Nel 1999 Clive Scott proponeva la formula della spoken image per indicare tutti quei luoghi, contesti, generi, scopi retorici in cui parole e immagini contribuiscono a creare un arricchimento semantico (positivo ma talvolta anche potenzialmente negativo per l’uso strumentale) e, come esplicitava a partire dalle operazioni fototestuali di Berger e Mohr, come qualcosa che diventa altro da sé sia per la fotografia che per la letteratura. L’intermedialità del fototesto può denotare anche una riflessione sul suo farsi e sulla medialità che si lega ai contenuti trasmessi.
Potrebbe quindi non essere un caso che esso si diffonda in alcuni ambiti come quelli qui presi in esame per le interferenze fra letteratura, fotografia e cinema portando con sé una notevole funzione metariflessiva. Ci riferiamo qui per i casi studio, in particolare, alle contaminazioni fra reportage documentari, studi etnologici e rappresentazioni di viaggio raccontati in forma di articoli, romanzi, diari, saggi, fotografie e film. Un campo di tensioni e di mescolanze in cui, come già osservato per la letteratura, è necessario rivolgersi alle inscrizioni iconiche, referenziali, analogiche, inferenziali e simboliche delle interfacce semiotiche (in questo caso verbovisive) in relazione soprattutto (ma non solo secondo noi) ai movimenti dei corpi nello spazio e nel tempo che ne stimolano sensorialmente la «met en condition d’expérimenter l’analogon de l’identité de l’autre» in una «sensation extérieure et une impression intérieure».
L’uso di un insieme di codici usati per la costruzione di un racconto fototestuale non raggiungerebbe gli stessi effetti di senso se scorporati. Ma le produzioni di partenza o eventuali riconfigurazioni possono però predisporre o mantenere delle marche o dei segnali della composizione, della circolazione o del riadattamento fotestuale. Per questo, a partire dai casi proposti, ci sembra utile porre l’accento su un necessario lavoro filologico, archeologico e media-ecologico dei fototesti, che analizzi presupposti e riprese.
Per immaginare una cassetta degli attrezzi in questa direzione, tenendo conto delle categorie analitiche già avanzate intorno alla struttura, al layout, ai parerga e ai regimi scopici provenienti dagli studi fototestuali letterari l’analisi propone un’indagine su cinque indirizzi: 1) le ‘strategie’, ovvero i modi di restituzione dei temi a livello non solo di struttura generale ma anche delle singole unità individuabili, che chiameremo ‘piani fototestuali’ in cui è possibile individuare cognitivamente dei ‘punti ottici’ di accesso e delle ‘linee guida e di lettura’ (tracciabili fisicamente) nelle o fra le immagini e le parole rispetto a tutto il volume, nella singola unità verbale o visiva o fra più piani ‘fototestuali’ (una o più pagine nel formato del libro), sviluppando alcune idee cognitive proposte da Schmitt; 2) la ‘genesi’ e i ‘motivi’, che guardano alle modalità della produzione (che diventano all’interno del testo, ove indicati, un ulteriore sistema di accesso e orientamento); 3) i ‘tratteggiamenti immaginari’, che puntano l’attenzione su come materie e memorie precedenti, anche simboliche, contribuiscano a modellare le forme e a predisporre gli effetti fenomenologici dell’esperienza; 4) le ‘impressioni discorsive’, ovvero quelle parti visuali riferibili sia alla componente verbale che visiva e le loro connessioni che hanno natura performativa legata ai contenuti; 5) e, infine, le ‘dinamiche critiche’, che focalizzano l’attenzione sulla potenziale azione di trasformazione fisica, di pensiero e di attitudine.
In virtù di queste ipotesi, l’obiettivo di questo saggio è comprendere come la dinamica fototestuale dialoghi nei due volumi con l’esperienza cinematografica, fotografica e letteraria dei due registi e come essi trasmettano il rapporto fra ambienti naturali delle isole (in particolare della terra e del mare) e la vita delle comunità rappresentate: rispetto soprattutto alle raffigurazioni di uomini e donne, considerando il passaggio a culture non occidentali. Le due produzioni si collocano in tal senso in un periodo ancora acerbo sul piano de e postcoloniale ma non mancano spunti di revisione interna.
I dati sono stati raccolti all’interno dell’unità dell’Università di Catania nell’anno 2023-2024 e saranno resi pubblici attraverso la realizzazione di una piattaforma dedicata. Il contributo rientra fra gli output della ricerca del PRIN 2020 Fototesti: retoriche, poetiche e aspetti cognitivi.
La categoria è riadattata e riapplicata dagli studi aquilani critici comparati. Cfr. M. Fusillo, M. Lino (a cura di), L’immaginario polimorfico fra letteratura, teatro e cinema, Cosenza, Luigi Pellegrino Editore, 2018.
A. Lombardi, ‘Fosco Maraini. Un umanista e il suo universo’, Nuova informazione bibliografica, XX, 3, luglio-settembre 2023, p. 539.
Dalla fine degli anni Novanta la biblioteca, le fotografie e il suo archivio personale sono confluiti nel Gabinetto Vieusseux di Firenze.
B. Simili, ‘Fosco Maraini’, il Mulino, 2, marzo-aprile 2020, pp. 308-314; L. Marfè, ‘”L’immenso fuoco del Sud”. Fosco Maraini viaggiatore in Italia’, Quaderns d’Italià, 24, 2019, pp. 55-66¸ F. Marcoaldi, ‘Cronologia’, in F. Marcoaldi (a cura di), Fosco Maraini. Pellegrino in Asia. Opere scelte, Milano, Mondadori, 2007, pp. LVII-CII.
Cfr. B. Ballardini, Folco Quilici. Un mestiere come avventura, pp. 14-41.
Ivi, pp. 65-66, 68.
F. Quilici, L’avventura e la scoperta. Racconti di sole, ghiacci, sabbie, mari e foreste, Milano, Mondadori, 1981, p. 40.
Cfr. M. Cometa, R. Coglitore (a cura di), Fototesti e cultura visuale, Macerata, Quodlibet, 2016; G. Carrara, Storie a vista. Retoriche e poetiche del fototesto, Milano-Udine, Mimesis, 2020, ebook edition.
Cfr. G. Carrara, ‘Media, letteratura, fotografia’, in Id., Storie a vista. Retorica e poetiche del fototesto, cap. 1.
J.E. Müller, Intermedialität. Formen moderner kultureller Kommunikation, Münster, Nodus, 1996, pp. 98-102?? in R. Müller, The Emerging Countours of the Medium. Literature and Mediality, New York, Londra e Dublino, Bloomsbury, 2024, p. 394?.
L. Elleström, ‘Photography and intermediality: Analytical perspectives on notions referred to by the term “photography”’, Semiotica, 2013, 197, pp. 153-169.
Cfr. C. Scott, The Spoken Image. Photography and Language, Londra, Reaktion Books, 1999, pp. 9-14, 294-295.
Seguendo la lezione di P. Montani, L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Milano, Meltemi, 2022.
J. Fontanille, ‘Quand le corps témoigne: voir, entendre, sentir et être-là (Sémiotique du reportage)’ in M. Boucharenc, J. Deluche, Littérature et reportage, Limoges, Presses Universitaires de Limoges, 2000, pp. 85-103.
Cfr. M. Cometa, R. Coglitore (a cura di), Fototesti e cultura visuale, Macerata, Quodlibet, 2016.
Lo studio di Arnaud Schmitt parte proprio da fototesti autobiografici creati da fotografi o fotografe. L’approccio strutturale e cognitivo però è estendibile a tutte le tipologie. Esso si fonda sulla delineazione degli schemi con cui si dispongono testi e immagini e la traccia fra questi delle possibili traiettorie di lettura in tutto il volume e fra unità più piccole (due pagine per l’autore) di senso referenziale, metonimico e metaforico. In questo studio applichiamo questi principi anche al contenuto delle immagini. Cfr. A. Schmitt, The Photographer as Autobiographer, Bordeaux, Palgrave Macmillan, 2022.