La ricorrenza frastornante di immagini e parole da riconoscibili paesaggi nazionali del trauma, sconvolti e riscritti dalla potenza dell’evento naturale del terremoto, ispira oggi a riconoscere un ampio insieme di reazioni rappresentative – un intertesto drammaticamente ricco e vivido, teso fra espressioni mediali diverse, dove le variazioni si sovrappongono ai ritorni topici. Ciò che decenni di scrittura e di rappresentazione artistica e intermediale dei sismi recenti in Italia paiono averci insegnato, all’atto pratico, è la necessità di fare i conti, nelle nostre osservazioni comparative, con la dimensione traumatica collettiva dell’evento sismico stesso; e questo ripartendo, di volta in volta, dalla singolarità dell’azione di racconto per confrontarsi con la dimensione molteplice delle ferite aperte, di quelle recenti come di quelle risalenti al passato, con il senso di una devastazione territoriale che è in sé, inevitabilmente, un fenomeno di dispersione a un tempo individuale e sociale.
Si può inferire in maniera agevole, da questa premessa, come il dibattito nelle scienze sociali e nella ricerca di carattere umanistico-culturale derivi influssi significativi dai Trauma e dai Memory Studies, verificati al livello ravvicinato delle strutture paesaggistiche e territoriali su cui si incentrano le analisi. Si intuisce altresì come, chiamati a rendere conto delle localizzazioni e degli assetti originari, gli studi sugli effetti e sulle rappresentazioni dell’evento sismico siano spesso condotti a rilevare la labilità delle tracce memoriali, la cancellazione e la dislocazione di vite e esperienze abitative che ispirano, nella fallacia dello sforzo di rammemorazione esibito, la tematizzazione di una memoria in negativo – da intendersi come impossibilità, o quantomeno seria difficoltà, di ripristinare fili coerenti tra spazi, storie, memorie del vissuto, di ricostruire in maniera certa un godimento attivo dei luoghi da parte delle persone.
Il che chiama in causa, per converso e come reazione condivisa da molti autori, la ripetizione, a vari livelli, dei tentativi di reimmaginare le presenze, le emozioni, i rapporti, sul piano individuale, dunque, come su quello sociale. In tal modo, le variabili autoriali si rapportano e si raccordano a un intertesto diffuso, a una continuità rappresentativa leggibile in una serie di retoriche, modi di vedere, tòpoi che si ripresentano, in particolare, dalle pur limitate narrazioni del sisma friulano del 1976 in avanti, insistendo sul quadro di uno sconvolgimento ambientale, di un’interruzione, a livello logico, del funzionamento, nel tempo, dell’abitare l’oikos, fra e con le altre specie, come forma costitutiva dell’essere umano.
Proprio la centralità, al loro interno, dell’interrogazione fondamentale sui rapporti fra l’uomo e la natura permette di collocare in maniera pertinente le narrazioni contemporanee dei sismi fra gli ambiti di interesse dell’ecocritica, e ancora nella «svolta etica» attuale che contraddistingue il più recente e avanzato regime di ‘artificazione’ (artialisation) delle catastrofi naturali, in un contesto «memoriale, o post-memoriale (l’essere usciti da un xx secolo obnubilato, a giusto titolo, dalle catastrofi storiche»), che risulta essere «in parte globalizzato e in parte laicizzato rispetto al passato», e che, oltre a rilevare lo statuto indebolito della testimonianza e della letteratura dinanzi all’orrore, incorpora in maniera decisiva una riflessione sulle responsabilità umana nella genesi degli eventi catastrofici.
Ma, più in generale come pure nello specifico della cooperazione fra media osservata dal presente contributo, ovverosia nelle collaborazioni fototestuali, gli eventi sismici che si susseguono sulla scena territoriale italiana vanno a coinvolgere gli interessi e le sensibilità di autori che si inseriscono nella «ritrovata centralità del racconto dei luoghi» di cui ha parlato Luigi Marfè, basata a sua volta sulla «dialettica tra il dentro e il fuori, il visibile e l’invisibile, per cui la scrittura è la soglia del Weltinnenraum rilkiano, lo ‘spazio interiore del mondo’». È una focalizzazione sugli aspetti geocentrati della narrazione, questa, che senza dubbio alcuno riguarda lo sviluppo di una narrativa, e di una prosa nonfinzionale, legate alla perlustrazione e alla descrizione dei luoghi, come pure di una poesia volta a mettere in risalto i legami fra l’io lirico e la dimensione geografica e geologica del territorio poeticamente raccontato. A questa pulsione propriamente letteraria – ma riscontrabile altresì in una più ampia serie di espressioni artistiche e mediali – verso il rinvenimento e la tematizzazione di un significato territoriale possono essere affiliati esperimenti, convergenze, intenti di collaborare alla documentazione di una realtà eccezionale che possono essere indicati con il termine di geofototesti, in quanto, chiaramente, alla tensione verso la creazione di un genere ibrido, o intergenere, testimoniata dall’interazione fra testo e scrittura, si salda un ulteriore nucleo qualificante, dato dalla rilevanza, come soggetto e fine dell’osservazione comune di chi fotografa e di chi scrive, del prefissoide geo-, a sancire lo spazio naturale, la visibilità della condizione terrestre come luogo di incontro fra i due linguaggi.
Per tali questioni fondamentali, sempre valide le riflessioni generali e le esemplificazioni – con, fra l’altro, questioni di preservazione memoriale e musealizzazione dei siti che riguardano da vicino i problemi della ricostruzione qui affrontati – riportate in P. Violi, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia, Milano, Bompiani, 2014.
E non solo: come ha riconosciuto Françoise Lavocat, nel presente, «[l]’esplosione dei campi disciplinari legati alle catastrofi (Hazard studies, Disaster studies, Trauma studies, Risk studies, Vulnerability studies)» rappresenta «un ennesimo sintomo del ripresentarsi delle medesime nelle preoccupazioni collettive», F. Lavocat, ‘La memoria delle catastrofi naturali. Tre regimi di storicità e di artificazione in Europa dal xiv al xxi secolo’, in C. Belmonte, E. Scirocco, G. Wolf (a cura di), Storia dell’arte e catastrofi. Spazio, tempi e società, Venezia, Marsilio, 2019, p. 63.
Si vedano al proposito le riflessioni recenti di M. Cometa, ‘Prefazione. Amnesia, dimenticanza, oblio: tre forme di memoria letteraria’, in R.M. Danese, M. Amatulli, R. Donati (a cura di), Amnesie d’autore. Un secolo di parole e immagini per raccontare i disturbi della memoria (1920-2020), Roma, Carocci, 2023, pp. 17-38.
Per un inquadramento generale di tali questioni, si veda N. Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Roma, Carocci, 2018.
Si vedano in particolare il capitolo ‘Tre terremoti. Irpinia, Belice, L’Aquila’, in S. Iovino, Paesaggio civile. Storie di ambiente, cultura e resistenza [2016], Milano, il Saggiatore, 2022, pp. 111-173, e A. Baracco, ‘The 1980 Irpinia and Basilicata Earthquake on Documentary Film: An Ecocritical Perspective on Trauma’, in A. Baracco, R. Pollicino (a cura di), Italian Experiences of Trauma through Media and Film, Newcastle upon Tyne, Cambridge Scholars Publishing, 2022, pp. 168-196.
Il concetto viene sviluppato in modo ampio e influente in A. Roger, Breve trattato sul paesaggio [1996], Palermo, Sellerio, 2009.
F. Lavocat, ‘La memoria delle catastrofi naturali. Tre regimi di storicità e di artificazione in Europa dal xiv al xxi secolo’, in part. alle pp. 63 sgg.
L. Marfè, ‘Geografie dello sguardo’, in «Un altro modo di raccontare». Poetiche e percorsi della fotoletteratura, Firenze, Olschki, 2021, pp. 103-123 (pp. 103-104).
Di grande interesse, al riguardo, i saggi raccolti in D. Papotti, F. Tomasi (a cura di), La geografia del racconto. Sguardi interdisciplinari sul paesaggio urbano nella narrativa italiana contemporanea, Bruxelles, P.I.E. Peter Lang, 2014.
Ci si limita qui a fornire due rimandi essenziali: B. Westphal, Geocritica. Finzione reale spazio [2007], Roma, Armando, 2009; F. Italiano, Tra miele e pietra. Aspetti di geopoetica in Montale e Celan, Milano-Udine, Mimesis, 2009.
Si vedano a mo’ d’esempio le analisi contenute in M. Tanca, Geografia e fiction. Opera, film, canzone, fumetto, prefazione di A. Turco, Milano, FrancoAngeli, 2020.
Come ha sintetizzato Giuseppe Carrara, il fototesto «andrà considerato come un’opera che mette in continua tensione due media, un’interrelazione che contribuisce a generare un significato terzo, dato dal costante dialogo tra la fotografia e la parola scritta», G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetiche del fototesto, Milano-Udine, Mimesis, 2020, pp. 57-58.