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Linda Bisello, Carla Mazzarelli (a cura di), L’anatomia tra lettere e arti: rappresentazioni e immaginari dal XVI al XXI secolo
di Elena Gargaglia

Il volume miscellaneo L’anatomia tra lettere e arti: rappresentazioni e immaginari dal XVI al XXI secolo (2026), edito da Brill e curato da Linda Bisello e Carla Mazzarelli, esplora l’adozione dell’approccio anatomico nei più diversi territori del sapere, insistendo però sul carattere dialogico di questa circolazione di idee. Più che un’influenza esercitata in una sola direzione, emerge una trama di contaminazioni reciproche: anche il linguaggio della medicina si lascia plasmare da registri e forme appartenenti alla letteratura, alla morale e alla poesia. Sulla scorta del De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio (1543), tuttavia, «la medicina tra Cinque e Seicento plasma un modello spaziale per il pensiero», come scrive Walter Ong (p. 4).

Il volume misura ed esemplifica proprio l’estensione di tale modello spaziale, sia nella forte interdisciplinarità implicata, sia nella lunga cronologia coperta dagli studi offerti, restituendone le profonde ricadute culturali nella costruzione dei saperi.

Fig. 1 Copertina del volume curato da Linda Bisello e Carla Mazzarelli, L’anatomia tra lettere e arti: rappresentazioni e immaginari dal XVI al XXI secolo (Brill, 2026). ©Brill

Alcuni particolari campi di interesse in cui si gioca tale contaminazione affiorano nel libro dalle rappresentazioni anatomiche (Kalinka Janowski), dall’architettura dei teatri anatomici (Cynthia Klastinec; Christine Beese), alla mnemotecnica (Tommaso Ghezzani), alla poesia (Maria Di Maro), alla storia della museologia anatomica (Alberto Zanatta), alla spiritualità (Imma Iaccarino) e alla pratica anatomopatologica (Maria Pia Donato). Il metodo anatomico, dunque, dà forma e rimodella epistemologicamente il campo delle lettere e delle arti, della morale e della religione, oltre che fornire una sistematizzazione alle scienze naturali. Proprio alla base di tale ampiezza di campo risiede ciò che Linda Bisello, prelevandolo da Rafael Mandressi, definisce Civiltà dell’anatomia, titolo del progetto di ricerca finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero di cui la miscellanea è frutto.

Nell’Orazione, in occasione dell’inaugurazione del teatro anatomico di Venezia (1671), Iacopo Grandi descrive la pratica della dissezione come una «finestra aperta sul cuore». La metafora della «finestra aperta», si richiama, consapevolmente o meno, ad un ben più famoso e affermato regime scopico, quello albertiano del quadro prospettico, definito nel trattato De pictura del 1435 e ribadito nel Trattato di architettura del 1464 di Filarete. Interessante la scelta da parte di Iacopo Grandi di tale metafora pittorica, ove vi è in atto un gesto deittico, di mostrare e dimostrare l’immagine inserita all’interno della cornice della finestra, instaurando una distanza, e codificando due mondi separati – e soprattutto disegnando anche un nuovo asse della profondità, che muove dallo spettatore verso l’interno della rappresentazione, verso il punto di fuga. Allo stesso modo, l’interiorità dei corpi nella dissezione, muovono in un medesimo asse prospettico: dallo spettatore studente di anatomia, allo spettatore civile (ci ricorda, il volume, come le pratiche dissettorie erano talvolta pubbliche o semipubbliche), all’anatomista/artista, che mostra attraverso i suoi strumenti l’interno del corpo/dipinto. Anche l’architettura stessa dei teatri anatomici sembra intensificare questo stesso asse, come si vede dai progetti londinesi di Robert Hook del Royal College of Physicians o in quello di Inigo Jones per il Theater of the Barber-Surgeons’ Hall (Christine Beese). Alla base di questa dinamica, non sfuggirà, vi sono insite strutture gerarchiche e di potere tra oggetto subente e soggetto agente, come il saggio di Maria Pia Donato mette in luce. Il corpo diviene oggetto di quello stesso regime scopico, e il suo interno diventa il punto di fuga tracciato dallo sguardo e direzionato da una serie di altri dispositivi, tutti trattati nel volume: lo spazio, l’architettura dei teatri anatomici, le rappresentazioni, le esposizioni museali, e anche, lessicalmente, nelle poetiche e retoriche, come quelle morali e religiose, nelle simbologie e nei rituali.

La civiltà dell’anatomia, testimoniano i contributi, agisce sui saperi non solo a livello contenutistico e nelle modalità di categorizzazione del ‘corpo’ analizzato – qualunque esso sia –, ma anche nella rappresentazione metaforica e immaginifica dei saperi stessi, sul lessico utilizzato dalle discipline per autodefinirsi, e soprattutto nelle proprie metodologie d’azione. Dal volume emerge dunque come, tra il XVI e il XVIII secolo, l’approccio anatomico nella sistematizzazione dei saperi in Italia sia talmente radicato che potrebbe quasi essere definito, come già stato fatto per altre fondamentali svolte culturali, un anatomical turn. Una «svolta», fanno notare le curatrici, certamente più approfondita e studiata nella cultura anglosassone, ove la fortuna e l’importanza del The Anatomy of Melancholy di Robert Burton (1621) segna una chiara adesione alla civiltà dell’anatomia, già manifesta anche in An Anatomy of the world di John Donne (1611). Essa appare meno rilevata, invece, fino ad oggi, nel contesto italiano. La metodologia anatomica è significativamente descritta da Burton in questi termini: «I will […] rippe them all up, from the first to the last […] that so they may better bee described»; e anche: «I have layd my selfe open in this Tratise, turned mine inside outward». Le due azioni esemplificate da Burton, della tassonomia attraverso il ‘taglio’ [rip up] per meglio ‘descrivere’ l’oggetto, e dell’autoscopia, nel gesto icastico di rovesciare sé stessi dall’interno verso l’esterno, offrendo alla vista la propria nudità interiore, sono gli assi cardine su cui muovono le riflessioni del volume di Bisello e Mazzarelli.

Il gesto di offrire l’interiorità all’esterno è d’altronde ravvisabile negli scorticati di Juan Valverde (1586), i quali dischiudono lembi di epidermide per mostrare le proprie viscere. I corpi si ‘aprono’ così alla vista dell’osservatore permettendogli di penetrare all’interno del corpo, spiandone le strutture interne, dall’intrico venoso, agli organi e le parti molli, all’impalcatura ossea (cfr. p. 104). La pelle, alla stregua di una pagina scritta, diviene sfogliabile per sprofondare ancor di più nel racconto testuale/corporeo. Lo scorticato agisce in questo senso come autore/narratore, guidandoci nella scoperta del suo stesso testo-corpo.

Similmente, nei numerosi casi delle anatomical flaps (Imma Iaccarino), delle alette di carta possono essere svolte per mostrare una nuova rappresentazione nascosta all’interno del foglio stesso, rivelando un’interessante connessione tra corpo-pagina, ove entrambi possono essere ‘sfogliati’ e letti nella loro interiorità, come in una stratigrafia corporea.

Il corpo è trattato in modo plurale, poiché nell’evisceramento, nel dissezionamento, la pratica anatomica lo rende frammentabile, multiplo di sé. Ecco che l’anatomia diviene un sistema di ‘copie’ di corpi, più o meno mimetiche, di sostituti di corpi, di immagini mentali di essi ma anche di traslati.

Il ‘modello spaziale per il pensiero’, offerto dallo spunto anatomico, è dunque al centro del volume, tanto da fare del tema dello spazio stesso un trait d’union di tutte le riflessioni. Di spazi si parla non solo esplicitamente nella sezione Spaces of Anatomy, declinati nella loro doppia prospettiva fisica e metafisica (Mazzarelli, p. 41), ma anche nei capitoli successivi. Lo spazio fisico in cui le dissezioni del corpo hanno luogo sono i protagonisti della discussione. Teatri anatomici, musei, università, carnevali, di volta in volta, plasmano le diverse pratiche anatomiche e regolano diverse accessibilità alla visione del corpo umano. Uno dei grandi meriti del volume è proprio quello di cucire insieme, in una trama fitta, riflessioni inscindibili sullo spazio, lo sguardo e il corpo – sia come oggetto di studio, come oggetto osservato, sia come soggetto-produttore, di uno sguardo, appunto, di un processo, di un ‘modo di vedere’ – tenuti insieme dalla pratica anatomica.

Proprio la riflessione sugli ‘spazi’ – sulla loro progettazione, e dunque sulle diverse pratiche dell’anatomia, permette di riunire in un’osservazione interdisciplinare e transmediale l’insieme di considerazioni di metodo introdotte dal tema. Si tratta dunque di rappresentazione (progettuale, iconografica, letteraria, morale), di fruizione e di sistemi epistemologici di visualizzazione del testo-corpo. I due nessi principali sono dunque le analogie tra corpo/architettura e tra corpo/testo, e infine, tra corpo/macchina.

Fin dalle origini, l’architettura è stata concepita attraverso un’analogia con il corpo. Dagli ordini classici descritti da Vitruvio alle interpretazioni di artisti rinascimentali come Sebastiano Serlio, gli elementi architettonici sono assimilati a parti anatomiche, un legame che sopravvive anche nel lessico (‘base’, ‘trachelio’, ‘capitello’). In tal senso, la stessa pratica architettonica diviene un’anatomia che rappresenta e scompone simbolicamente, come dimostrato da George Hersey, traslati corporei di parti di animali sacrificati.

La sezione del volume Poetiche e retoriche dell’anatomia, dimostra come il metodo anatomico entra a far parte anche della strutturazione dei generi letterari, e della critica stessa, anche in senso dispregiativo e polemico. Ne è esempio la pratica dell’antologizzazione, avvertita, alla stregua di quella anatomica, nella sua metodologia per frammenti, come una pratica asettica, distanziante, dismembrante, a discapito dell’integrità testuale. Derrida, ci dicono Bisello e Mazzarelli, avvicina i prelievi della critica alle istologie mediche – nel loro comune impiego del prelievo dei tessuti, di testo o di corpo (p. 29).

Un’altra coordinata spaziale è data dall’avvicinamento e dalla distanza alternativamente instaurata dal metodo anatomico rispetto al suo oggetto di studio. Nelle tavole del De humani corporis fabrica di Vesalio (1543), i corpi anatomici subiscono una visibile drammatizzazione divenendo quasi viventi, per meglio impressionare la sensibilità dell’osservatore, e, secondo Ghezzani, per sollecitare lo spunto mnemotecnico (cfr. p. 200). Dal saggio di Maria Pia Donato, emerge come, dall’altro lato dello spettro rispetto all’autoscopia e della drammatizzazione del corpo, giace un altro polo, un’altra modalità di sguardo generata dalla civiltà anatomica: quello distanziante del paradigma della medicina anatomo-patologica del 1700. Esso mira, nella sua oggettivazione del corpo, ad una spersonalizzazione del paziente, e a trasformarlo in una «immagine estraniante» (p. 271) e quasi mostrificata. Gli strumenti di tale distanziazione sono l’accentuazione delle modeste provenienze dei corpi sezionati, le cui identità sono ridotta ai mestieri praticati in vita, rispetto alla superiorità del medico-anatomista, e il derivato sguardo moralizzante sullo stile di vita (specialmente sui corpi femminili) e sulla malattia, strettamente connessa alla condizione sociale e alla morale. Tale «ideologia della medicina» (p. 276) è iscritta, secondo Donato, direttamente nel linguaggio adottato nel descriverla. La stessa distanza è quella che emerge anche nel saggio di Klestinec, in cui l’autrice racconta dei metodi suggeriti dalla letteratura anatomica sulle «strategie di moderare le passioni», rivolte agli studenti alle prese con le prime esperienze di dissezione cadaverica (p. 42). È spesso lo spazio stesso (i teatri, nel caso di Klestinec) a influenzare e generare diverse instanze e atteggiamenti nell’approccio al cadavere da parte del pubblico. Lo spazio fisico, in questo senso, diviene così un ‘meccanismo regolatorio’ delle anatomie stesse (cfr. p. 46).

La riflessione si conclude sul contemporaneo, in cui il discorso anatomico si alimenta di nuovi stimoli, e nuovi media e mediazioni concorrono alla sua delineazione. Mostre, scenografie, esibizioni, pratiche performative – il tema del corpo anatomico si complica e se ne moltiplicano i punti di vista (come dimostrano Maddalena Giovannelli e Marta Spanevello).

Notevole anche il ritratto scultoreo di Girolamo Sagato (p. 284), – figura approfondita da Sofia Bollini –, in cui il pietrificatore di corpi è rappresentato come una Medusa, trasformando lo stesso, attraverso la morte, in una vittima della propria arte.

Il volume presenta inoltre collezioni virtuali per l’esplorazione del tema, come i casi del Getty Research Portal Anatomy and Art, creato in occasione della mostra Flesh and Bones: The Art of Anatomy (Getty, 2022) e approfondito nel saggio di Monique Kornell, o della Biblioteca Anatomica del Museo Galileo di Firenze, presentato da Stefano Casati e Adele Pocci.

L’apertura di sguardo offerta dal volume si dispiega nella profondità della stratigrafia corporea, nel mettere in luce la capacità della civiltà anatomica di produrre effetti nel lungo periodo e nell’analisi dello spazio come sistema regolatore, gerarchico e ideologico in atto nella teoria e nella pratica dell’anatomia.

Note

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