L’orizzonte sempre più ampio delle produzioni fototestuali è stato accompagnato in Italia, nell’ultimo decennio almeno, da contributi critici che hanno cercato di mappare, definire, interpretare oggetti di studio che, situati nei territori di frontiera tra letteratura e fotografia, tra analisi (para)testuale e cultura visuale, hanno richiamato l’attenzione su una ridefinizione degli strumenti d’indagine. I tentativi di sistematizzazione dei fototesti, di opere costitutivamente ibride e difficilmente inquadrabili entro gli steccati di un’unica cornice disciplinare, cedono ora il passo a un tempo che si mostra maturo abbastanza da accogliere un’indagine relativa a una precisa diramazione. Con il volume Il fototesto autobiografico. Narrazione ed esperienza del sé in Annie Ernaux e Michele Mari (Carocci 2025) Roberta Coglitore ha raccolto la sfida, teorica e critica, di investigare una sottocategoria del fototesto, afferente alla rappresentazione del sé, e di procedere a una rilettura dei presupposti metodologici delle pratiche fototestuali condotta in controluce con l’analisi di due casi paradigmatici della nostra contemporaneità, rappresentati, come specifica il sottotitolo, da Annie Ernaux e Michele Mari.
Fig. 1 Copertina del libro di Roberta Coglitore, Il fototesto autobiografico. Narrazione ed esperienza del sé in Annie Ernaux e Michele Mari (Carocci, 2025)
Vale la pena richiamare innanzitutto la definizione proposta da Coglitore, secondo la quale per ‘fototesto autobiografico’ si intende un «un preciso dispositivo intermediale che tiene insieme, nella sua dimensione materiale, l’impaginazione della scrittura letteraria e delle riproduzioni fotografiche» (p. 15). Partendo dalla materialità del supporto e dalla compresenza delle componenti verbali e fotografiche sulla pagina – propria, del resto, anche delle prove fototestuali tout court – l’autrice passa poi in rassegna i nuclei fondativi del genere, coincidenti, in una sostanziale coerenza d’insieme, con gli aspetti attorno ai quali si snoda effettivamente l’indagine; tali «riproduzioni fotografiche», aggiunge la studiosa, «consentono varie possibilità di relazioni verbovisuali, si relazionano con tradizioni ibride preesistenti e producono specifici effetti di costruzione del referente e di esperienze intermediali» (ibidem).
Nel momento in cui l’autrice, nell’‘Introduzione’ e nel primo capitolo del libro, pone l’accento tanto sulle possibilità di interazione tra i testi e i frammenti fotografici e su genealogie preesistenti (tra cui l’iconotesto, il libro d’artista o il photo-book), quanto sull’edificazione del sé attraverso la scrittura e su ‘esperienze’ – di creazione e di fruizione – che si inverano in uno scenario mediale composito getta le basi per una identificazione dell’oggetto di studio e, allo stesso tempo, per una sua esplorazione che tenga conto del versante verbale e di quello visuale, come anche degli intrecci che il fototesto autobiografico instaura con le forme più recenti di costruzione dell’identità.
Riattraversando i capisaldi del dibattito sull’autobiografia – Lejeune e Gusdorf in primo luogo – e senza mai perdere di vista, sul piano metodologico, l’imprescindibile «enunciazione bifocale» (p. 26) messa in atto dalla scrittura fototestuale, Coglitore lascia emergere alcune questioni fondamentali che fungono, più avanti, anche da linee direttrici lungo le quali scorre l’analisi dei casi di studio presi in esame. Tra queste, rivestono un ruolo di primaria importanza le osservazioni relative all’istanza autoriale espressa dal fototesto; un’istanza apparentemente disseminata tra la mano di chi scrive e lo sguardo di chi ha realizzato gli scatti, nel caso in cui non si tratti della stessa persona, ma comunque attribuibile all’autore o all’autrice del fototesto in forza di una responsabilità esercitata nella scelta dei frammenti fotografici, nella composizione del volume. Strettamente correlata a quest’ultimo punto è la revisione della retorica classica, e della fase della dispositio in particolare, formulata da Coglitore in una chiave verbovisiva: analogamente alla strategia di persuasione cui risponde la disposizione degli argomenti, anche il dispositivo fototestuale autobiografico tesse «la dinamica tra verità e menzogna» a partire «dalle strategie di combinazione tra parole e immagini» (p. 81). La prassi interpretativa riguadagna, dunque, come elementi pertinenti del discorso critico, «il numero delle foto, la loro posizione, la loro funzione e la natura del supporto didascalico» (p. 82) e si apre, insieme ai rilievi sulla questione dell’autorialità, a due ulteriori aspetti di più stringente contemporaneità che intercettano la prospettiva biopolitica risalente alle riflessioni di Foucault: l’affermazione di un soggettività frammentata, mobile, ormai distante da una identità unitaria, e la centralità del corpo come campo di espressione e di esperienza di tale soggettività.
Nel riconfigurare la dialettica che lega i due poli del fattuale e del finzionale e individuando nelle narrazioni ‘fotoautobiografiche’ una altrettanto peculiare dimensione performativa, la trattazione teorica spiana il terreno, nella seconda parte del volume, alla lettura ravvicinata dei fototesti di Ernaux e di Mari.
Nel perimetro a maglie larghe disegnato dallo ‘spazio autobiografico’ – chiave di lettura, opportunamente recuperata dalle argomentazioni di Lejeune, che consente di cogliere la matrice autobiografica di testi, anche finzionali, che non rientrano nell’autobiografia in senso stretto – Coglitore indaga con attenzione la scrittura fotografica dell’autrice francese e le particolari configurazioni cui dà vita di volta in volta il layout delle pagine, e delinea per ciascuna delle opere analizzate – L’usage de la photo (2005), scritto con Marc Marie, Photojournal (2011), L’autre fille (2011), Retour à Yvetot (2013), a cui si aggiunge una disamina delle ‘fotografie in prosa’ custodite in Les années (2008) – la funzione delle foto, il rapporto che esse intrattengono con le parti verbali e gli effetti di senso prodotti dall’intreccio delle due componenti in relazione alla voce e al pensiero dell’autrice. La dimensione sociale e collettiva della scrittura di Ernaux, la corporeità – indagata anche sulla scia dei cortocircuiti determinati dall’assenza dei corpi, come avviene nelle fotografie contenute in L’usage de la photo – il ritorno ai luoghi della giovinezza come anche all’origine del desiderio di scrivere, trovano nel volume Il fototesto autobiografico una compiuta contestualizzazione all’interno delle forme ‘auto-socio-bio-grafiche’ sperimentate dalla scrittrice.
Lo stesso avviene per Michele Mari, di cui si pone sotto la lente d’ingrandimento la traiettoria che dalla prima edizione di Asterusher. Autobiografia per feticci (2015), edita in collaborazione con Francesco Pernigo, giunge fino alla seconda versione, di pochi anni successiva alla precedente, del catalogo di oggetti della memoria costruito dall’autore, passando attraverso Leggenda privata (2017). Con quest’ultima opera, presa in esame quasi in chiusura al volume, l’autobiografia si sfrangia e la narrazione, nel tentativo di preservare l’io di chi racconta, di non dissolverlo nel fluire delle confessioni, arriva a sfiorare il territorio dell’autofiction.
La scrittura autobiografica contiene in sé i suoi paradossi; gli assetti fototestuali amplificano ed estendono al campo delle forme miste vere e proprie la natura ibrida delle rappresentazioni dell’io. Ma Il fototesto autobiografico dimostra che è possibile pervenire a una messa a punto teorica, e come siano auspicabili operazioni analoghe anche per le altre propaggini del fototesto letterario.