1.5 Incompiuto. Per una rilettura del paesaggio italiano come fototesto

di Simona Arillotta

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Incompiuto è il più importante stile architettonico in Italia
dal Secondo dopoguerra a oggi.
Manifesto Incompiuto

Incompiuto è il più importante stile architettonico in Italia

dal Secondo dopoguerra a oggi.

Manifesto Incompiuto

Un teatro, i resti di un ponte, le macerie di una piscina, una chiesa. A una prima lettura, questa lista potrebbe apparire come l’elenco delle rovine disseminate lungo l’intero territorio nazionale, una delle molte serie di monumenti che caratterizzano il paesaggio italiano. Se però procediamo nella lettura dell’elenco, ci accorgiamo che le parole – aviopista, palazzetto dello sport, ascensore, ospedale psichiatrico, edilizia residenziale pubblica – nominano qualcosa che non corrisponde più alle vestigia del passato, bensì segnano il passaggio a qualcosa collocato in un tempo che non è presente, né già futuro, ma piuttosto – come vedremo – out of joint. Questo tempo ‘fuori dai cardini’ è il tempo dell’‘incompiuto’, ovvero quel peculiare stile architettonico che, dal Secondo dopoguerra a oggi, ha ridefinito il paesaggio italiano.

Alterazioni Video è un collettivo composto da Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri. Attivo dal 2004, a partire dal 2007 il gruppo di artisti, performer e videomaker ha avviato la mappatura del ‘fenomeno dell’incompiuto’, pubblicando online il primo elenco di opere mai terminate, una catalogazione di interventi di committenza pubblica e/o privata iniziati e mai portati a compimento, condannati a uno stato di attesa permanente. Un’operazione di censimento che nel 2008, in collaborazione con Claudia D’Aita ed Enrico Sgarbi, ha dato vita al Manifesto dell’Incompiuto siciliano, un pamphlet all’interno del quale sono stati definiti gli elementi che caratterizzano lo stile che ha – letteralmente – appaltato l’intero territorio siciliano (e nazionale). Il Manifesto è, di fatto, il primo passo di un progetto multimediale, di un lungo processo di ricerca che, nel corso di dieci anni, ha assunto forme diverse: video, film, installazioni. La riflessione che segue si concentrerà sul corpus di fotografie realizzato da Alterazioni Video per documentare i resti di un’Italia ‘incompiuta’. A partire dal reportage di Gabriele Basilico, che racconta il tempo sfalsato delle ‘rovine’ del Parco Archeologico dell’Incompiuto di Giarre, fino al corposo apparato iconografico del libro Incompiuto. La nascita di uno stile, pubblicato insieme a Fosbury Architecture (2018), questo saggio proverà a interrogare il modo in cui l’operazione di Alterazioni Video può iscriversi nel solco di una tradizione fotografica che, a partire dagli anni Ottanta, ha guardato non già al paesaggio italiano, bensì alla sua perdita:

L’elemento di originalità avanzato da fotografi come Ghirri, Guidi, Cresci, Chiaramonte o Barbieri risiedeva nell’identificazione di uno spazio intermedio: un palinsesto nel quale si fondevano residui di natura addomesticata e manufatti moderni spesso colti nel loro precoce declino, restituito attraverso una stratificata cultura visiva che dal primo Rinascimento giungeva sino alla pittura novecentesca e al cinema di Michelangelo Antonioni. (Frongia 2013, p. 109)

A metà tra documentazione e archeologia, catalogazione e autorialità, Incompiuto realizza quello che potremmo definire come un altro ‘viaggio in Italia’, ovvero traccia un percorso attraverso terrains-vagues e luoghi dis-umani abitati da monumenti già nati rovine, e in cui il flusso lineare del tempo e della Storia sembra essersi annullato [fig. 1]. E tuttavia, obiettivo di questa analisi non vuole essere solo quello di interrogare il modo in cui le immagini realizzate da Alterazioni Video si sono fatte carico del racconto di una nazione sempre meno ‘Bel Paese’. Se sarà certo necessario tenere in considerazione le retoriche che sottendono la costruzione foto-testuale dei lavori qui in esame, allo stesso tempo si proverà a ripensare lo stesso dialogo tra immagine e paesaggio come un dispositivo iconotestuale, come una forma ibrida di ‘fototesto’. Come suggerisce Serenella Iovino, infatti, il paesaggio è un ‘testo’ e come tale può essere letto:

A text is something that can be read: a book, an inscription on a wall, a musical score, a poem, a picture, a film, a theater play. But “text” can also be something else: for example, the material texture of meanings, experiences, processes, and substances that make the life of places and beings. A text, in this sense, emerges from the encounter of actions, discourses, imagination, and physical forces that congeal in material forms. Landscapes are texts, and so are bodies. They are texts, because through them we read embodied narratives of social and power relations, biological balances and imbalances, and the concrete shaping of spaces, territories, human, and nonhuman life (Iovino 2016, p. 3)

Ma cosa accade quando il paesaggio ‘parla un’altra lingua’? Davanti a quella che potremmo definire come una avvenuta perdita di significato del paesaggio, a fronte del lungo processo di trasformazione che ha ridotto sempre più la possibilità di poter tradurre – e dunque comprendere – il territorio a partire da categorie riconosciute – e riconoscibili – l’incompiuto sembra essere diventato un paradigma utile per poter rimediare a una vera e propria crisi della rappresentazione. Se è dunque necessario provare a indagare la modalità attraverso cui le immagini hanno intercettato il cambiamento infra-strutturale che ha segnato il paesaggio italiano, mi sembra sia altrettanto necessario provare ad attuare un secondo passaggio e tornare alla ‘materia’ della catastrofe, ovvero considerare la materia stessa come parte integrante dell’ecosistema delle immagini e dei dispositivi (Cometa 2023, p. 33) per provare a domandarci in che modo gli elementi – naturali e non – possono ‘mediare’ una precisa narrazione fotografica. Allo stesso tempo, come suggerisce Giuliana Bruno:

il testo visivo è essenzialmente “ordito” e in tanti modi diversi. La sua forma ha una vera sostanza. È fatta di strati e tessuti. Contiene stratificazioni, sedimenti e depositi […] un testo visivo è texturale anche per il modo in cui mostra le trame della storia, sotto forma di patina, pellicola o macchia. Si può dire che un testo visivo indossa la propria storia, iscritta come un’orma sulla trama della sua superficie. (Bruno 2016, p. 12)

E tuttavia: di fronte allo scenario ‘immondo’ in cui l’umano non sembra trovare posto, quale storia possono dirci ancora le immagini?

1. Nel (Bel)Paese dei cantieri abbandonati

Giarre è un piccolo comune siciliano in provincia di Catania, alle pendici dell’Etna. Privo di uno sbocco diretto sul mare, Giarre si trova a metà strada tra la ‘viscontiana’ Aci Trezza e, soprattutto, la ben più nota Taormina, uno dei luoghi di maggior fascino dell’intera Sicilia, tra le mete privilegiate dei viaggi del Grand Tour e che, ancora oggi, rimane tra le destinazioni preferite per migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Giarre è certo una cittadina più modesta, e sebbene alcuni ritrovamenti facciano risalire la sua fondazione all’epoca greco-siceliota e romana, i suoi monumenti non sono certo paragonabili alla maestosità del Teatro Greco di Taormina. E tuttavia, anche Giarre può vantare il suo Teatro Nuovo, talmente nuovo che, progettato nel 1956, è rimasto fermo nel suo ‘incompimento’ e non è mai invecchiato. Cantieri abbandonati, costruzioni apparentemente prive di scopo, cemento. Con la presenza di ben nove opere non finite – il già menzionato Teatro Nuovo, un parcheggio multipiano (1987), il parco per bambini “Chico Mendes” (1975), lo stadio di atletica e campo da polo (1985), la casa per anziani “Madre Teresa” (1987), il Salone Polifunzionale (1987), la piscina regionale (1985), il mercato dei fiori (2000) e il parco delle macchinine telecomandate (1981) – Giarre è, di fatto, la ‘capitale’ di una nazione incompiuta. È soprattutto il fotografo Gabriele Basilico a documentare i resti del possibile Parco Archeologico dell’Incompiuto (in accordo con l’amministrazione comunale, Alterazioni Video aveva sviluppato una proposta concreta affinché a Giarre fosse istituito il Parco Archeologico dell’Incompiuto su una superficie di 300 ettari). Ad accompagnare i testi – che portano la firma del collettivo Wu Ming e del filosofo Paul Virilio – un ‘atlante’ di 14 fotografie si produce come un dispositivo attraverso cui provare a tracciare una primissima mappatura del fenomeno oltre i confini della Sicilia.

Nell’identificare il lessico che maggiormente ha caratterizzato il lavoro di Gabriele Basilico, Roberta Valtorta ha sottolineato come ad emergere ci siano soprattutto parole come «spazio», «spazio urbano», «paesaggio urbano», ecc. Tutti termini utilizzati in modo intercambiabile ma che, tuttavia, suggeriscono quello che potrebbe essere riassunto come l’interesse principale del lavoro di Basilico: il paesaggio. Ma è lo stesso fotografo a suggerire come, alla fine, egli avesse trovato il termine capace di esprimere con maggiore chiarezza quello che la sua fotografia stava cercando: luogo. «Luogo», infatti, non si riferisce semplicemente allo spazio: il luogo è una creazione umana, sia fisica, sia mentale (Valtorta 2023, p. 18). Se dunque l’opera di Basilico è, innanzitutto, una «fotografia dei luoghi», cosa accade quando ‘luogo’ non trova più un corrispettivo con la realtà? Cosa succede, insomma, quando l’esperienza lessicale finisce per non nominare più nulla? Non basta più adesso parlare – e guardare – alle architetture impersonali e anonime delle grandi città:

un passo ulteriore, forse decisivo, rispetto ai non luoghi, quelli di transito e consumo, che hanno dominato e dominano la scena del pianeta contemporaneo: aeroporti, stazioni, autostrade, centri commerciali. Dopo aver anestetizzato prima, eliminato poi, le percezioni – durata, distanza, identità, sapori, odori – si giunge all’abolizione stessa dell’umano (Wu Ming 2008, p. 202).

Lì dove la parola sembra non essere più sufficiente, è però l’immagine a ricucire questo scarto interpretativo: è la fotografia rigorosa di Basilico a tradurre il paesaggio in immagini decifrabili. È nella ‘lentezza dello sguardo’, insomma, che è possibile «riordinare il caos, restituire geometria e rigore formale a una natura che si presenta in stato di convulsione». E, continua ancora il fotografo: «credo che il paesaggio contemporaneo, quello stravolto, confuso, sfruttato, abbia bisogno di una nuova esplorazione con nuovi strumenti di indagine» (Basilico 2023, p. 90). Gli scatti realizzati da Basilico raccontano dunque di spazi svuotati dalla presenza umana, un deserto in cui tutto è ridotto a pochi elementi: cielo, terra e soprattutto l’elemento predominante, ovvero il cemento armato. E tuttavia, la frattura tra costruzioni abbandonate e la scena naturale viene risanata proprio a partire da un’estetica ‘dell’incompiuto’. Perché di fronte a questo ‘purgatorio’ dell’architettura – «in attesa del PARADISO del “valore architettonico”» (Virilio 2008, p. 207) – sembra suggerirci Basilico, è necessario adottare nuovi regimi di visibilità in grado di restaurare il rapporto con un paesaggio altrimenti inimmaginabile. Davanti all’inabituale, di fronte a ciò che scompagina le rigide categorie descrittive, insomma, il compito della fotografia sembra essere quello di assumere lo sconcerto come lente attraverso cui poter tornare a ri-vedere.

2. Si è fatta l’Italia (ma è stata lasciata incompiuta)

Incompiuto ridefinisce il paesaggio italiano.

Manifesto Incompiuto

Nel 2018 viene pubblicato Incompiuto. La nascita di uno stile a cura di Alterazioni Video e in collaborazione con Fosbury Architecture. Il foto-libro si compone di alcune parti principali: il già menzionato apparato iconografico è accompagnato da testi che, posti in apertura del libro, ne offrono una lettura molteplice e diversificata – dal filosofo Marc Augè, che aveva già lavorato con il collettivo durante la realizzazione del film Per troppo amore, girato a Giarre nel 2012, ad Antonio Ricci; da Wu Ming e Paul Virilio a Leoluca Orlando (in quel momento ancora sindaco di Palermo) all’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, ecc. –; il corpus fotografico, impaginato attraverso un montaggio lineare, segue l’insieme dei testi [fig. 2]; c’è poi una parte dedicata alla raccolta di dati e, infine, un diario di bordo.

A dieci anni dalla pubblicazione del Manifesto, dunque, Alterazioni Video dà alle stampe gli esiti di una ricerca che non ha più un carattere regionale: se in un primo momento l’analisi si era concentrata in Sicilia – è sul territorio siciliano, infatti, che lo ‘stile’ raggiunge la sua massima espressione con un totale di 163 opere geolocalizzate nel corso degli anni – nel risalire la penisola il fenomeno aveva acquistato velocemente un carattere ‘nazionale’. E tuttavia: se è certo al Sud e sulle isole maggiori che si concentra il maggior numero di opere incompiute  ̶  su un totale di 696 opere mappate, in Sardegna sono presenti 71 opere, in Puglia 69, in Calabria 58 e in Campania 54  ̶  ciò a cui si assiste è proprio il venir meno della ‘regionalizzazione’ del paesaggio italiano, ovvero di quel processo attraverso cui è possibile distinguere una regione dall’altra evocandone i tratti caratteristici. Spariscono le bellezze della Sicilia, le pietre bianche della Puglia, le terre selvagge della Calabria, le montagne ‘forti e gentili’ dell’Abruzzo, così come manca il Vesuvio e la fotogenia caricaturale di Napoli. Ugualmente, davanti al fenomeno della cementificazione incontrollata, diventa impossibile identificare una tradizione culturale, artistica, una storia nazionale, insomma, capace di tradurre il senso di ciò che stiamo osservando. Ciò a cui assistiamo è solo la maledizione dell’eterno presente – come suggerisce Leoluca Orlando – «senza memoria del passato e senza speranza di futuro» (Orlando 2018, p. 64).

Per lo storico dell’arte Robert Storr «non c’è paese più ricco di rovine dell’Italia. L’Italia ha tutto: Grecia classica, Roma classica, barocco, epoca moderna, e anche quella che si definirebbe postmoderna. C’è un particolare tipo di rovina che si sviluppa dagli anni Cinquanta fino ai nostri giorni: la rovina incompiuta» (Storr 2018, p. 39). Il processo di modernizzazione che ha investito l’Italia ha dato forma a una serie di trasformazioni radicali – industrializzazione, turismo di massa, cementificazione, urbanizzazione, motorizzazione – che hanno inciso profondamente sul territorio. Divorato dalla proliferazione di queste ‘nuove rovine’ senza tempo e senza storia, il paesaggio italiano smette così di rispondere alle categorie che, fino a quel momento, ne avevano garantito la leggibilità. La stessa fotografia, ancora piegata per un verso dall’impostazione ‘da cartolina’ degli Alinari ed educata all’idealismo crociano dell’immagine e, dall’altro, dall’iconografia pittorica, sembra non riuscire più a comprendere un paesaggio ormai ‘altro’, anecumenico, un ‘testo’ diventato dunque intraducibile.  Come evidenziato da Avezzù:

Il punto non è banalmente che le grandi trasformazioni avrebbero cambiato il paesaggio. Piuttosto minaccerebbero l’esistenza di un paesaggio leggibile, che presuppone un osservatore, un’inquadratura e qualcosa di inquadrabile che rimandi a significati relativi alle caratteristiche socio-economiche, culturali del territorio. Ed è cosa persino peggiore, che ha a che fare con le immagini, il loro potere, la loro utilità oltre che con il territorio stesso […] quello che è davvero in ballo è la significatività del paesaggio italiano, la sua immaginabilità (Avezzù 2019, p. 106).

Sarà il gruppo di venti fotografi – tra cui lo stesso Basilico – raccolti attorno alla ‘nuova Scuola di Paesaggio’ e al progetto Viaggio in Italia di Luigi Ghirri ad affrontare la questione di un necessario rinnovamento della fotografia. Ma se il gruppo strettosi intorno a Ghirri ha operato volgendo l’obiettivo ai margini delle città, verso i luoghi ignorati ed esclusi dalla rappresentazione stereotipata, e pur nella ‘continua incertezza’ dello sguardo, nelle loro fotografie è ancora possibile individuare la fisionomia di un paesaggio, identificare il dentro e il fuori, tracciare il centro e la periferia, il Nord e Sud. La disposizione ‘catalografica’ delle immagini realizzate da Alterazioni Video ci mostra, invece, una lunga sequenza di opere prive di identità la cui unica funzione sembra quella di infestare il territorio. La discoteca, il centro turistico, la piscina, il viadotto [fig. 3]: sospesi in un eterno stato di ‘incompimento’, questi monumenti in negativo configurano il paesaggio italiano come no man’s land [fig. 4]. E lì dove sembra esserci solo deserto, anche lo sguardo si sente a disagio: così, davanti al tempo s-formato dell’incompiuto, la fotografia non parla più di ciò che ‘è stato’ ma di ciò che è immobilizzato nel suo ‘ora’. E ancora: al venir meno degli elementi primari – potremmo dire alla totale ‘indifferenza’ della natura – si sostituisce la presenza continua del cemento armato. Se acqua, aria, terra sembrano non poterci dire più nulla, è il cemento a in-formare la narrazione: è sulla sua superficie che si inscrive la non-storia di una nazione ingannata dalle ‘magnifiche sorti e progressive’.

All’interno di Incompiuto – la cui costruzione sembra riproporre, tanto nell’impaginazione del testo quanto nella costruzione del montaggio delle immagini, la forma assunta proprio da Viaggio in Italia – fotografie e parole non affermano nulla, ma è proprio in questo paradossale scarto tra visuale e verbale – che è proprio di ogni fototesto (Cometa 2016, p.73) – che si gioca l’operazione di sovversione portata avanti da Alterazioni Video. Perché davanti all’impossibilità di poter ancora ‘interpretare’ il paesaggio italiano, a fronte della sua ‘insignificanza’, ciò che resta da fare è tornare allora al grado zero della fotografia – e della parola: assumere il negativo come valore, farne uno stile – l’unico ormai possibile – attraverso cui ri-adattare l’occhio all’inabituale, allo s-paesamento, e risanare così la frattura con un paesaggio bisognoso di una ridefinizione visiva. È attraverso l’incompiuto, insomma, che possiamo ancora ‘fare-immagine’ di un’Italia che – del resto – non è mai stata fatta del tutto.

Bibliografia

G. Avezzù, ‘L’Italia vista dal cielo e la leggibilità del paesaggio italiano’, Imago, n. 18, gennaio 2019, pp. 97-111.

G. Basilico, Ancora una volta sul paesaggio, in R. Valtorta (a cura di), Gabriele Basilico. Scritti e conversazioni sulla fotografia 1970-2012, Milano, Dario Cimorelli Editore, 2023.

G. Bruno, Superfici. A proposito di estetica, materialità e media, Cremona, Johan & levi Editore, 2016.

M. Cometa, Forme e retoriche del fototesto letterario, in M. Cometa, R. Coglitore (a cura di), Fototesti. Letteratura e cultura visuale, Quodlibet, Macerata 2016.

M. Cometa, La svolta ecomediale. La mediazione come forma di vita, Milano, Meltemi, 2023.

A. Frongia, Il luogo e la scena: la città come testo fotografico, in R. Valtorta (a cura di), Luogo e identità nella fotografia italiana contemporanea, Torino, Einaudi, 2013.

L. Ghirri, G. Leone, E. Velati (a cura di), Viaggio in Italia, Alessandria, Il Quadrante, 1984.

S. Iovino, Ecocriticism and Italy. Ecology Resistance and Liberation, London-New York, Bloomsbury, 2016.

L. Orlando, ‘Eterno Presente, in Alterazioni Video e Fosbury Archietecture, Incompiuto. La nascita di uno stile, Milano, Humboldt Books, 2018.

M. Rizzarelli, ‘Nuovi romanzi di figure. Per una mappa del fototesto italiano contemporaneo’, Narrativa, 41, 2019, pp. 41-54.

R. Storr, ‘Liberare i sogni: l’incompiuto Siciliano’, in Alterazioni Video e Fosbury Archietecture, Incompiuto. La nascita di uno stile, Milano, Humboldt Books, 2018, pp. 40-44

R. Valtorta (a cura di), Gabriele Basilico. Scritti e conversazioni sulla fotografia 1970-2012, Milano, Dario Cimorelli Editore, 2023.

P. Virilio, ‘Abitare l’inabituale’, in Alterazioni Video, Manifesto Incompiuto Siciliano, Abitare, 486, ottobre 2008, p. 207.

Wu Ming, ‘Fenomenologia dello stile’, in Alterazioni Video, Manifesto Incompiuto Siciliano, Abitare 486, ottobre 2008, pp. 202-203.

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