Lampi sull’ENI
P. P. Pasolini, Petrolio, 1992
Lampi sull’ENI
P. Pasolini, Petrolio, 1992
1. Fototesti tra industria petrolchimica e mancata tutela archeologica
La Sicilia del Grand Tour, nella vasta tradizione narrativa, pittorica e fotografica, è stata raffigurata con occhio ammirato, prevalentemente idilliaco. L’estetica delle rovine classiche, le architetture arabo-normanne e barocche, i paesaggi mediterranei, l’orrido meraviglioso dell’Etna (Cometa 2024, pp. 103-15). L’immaginario della Sicilia si è consolidato nelle aspettative dei tanti viaggiatori che dal secolo XVIII al XX sono andati alla ricerca di luoghi da conoscere. Negli ultimi settant’anni molti di essi sono però progressivamente diventati luoghi comuni, sfociando spesso nella banalizzazione visiva patinata dei media e nel cliché narrativo ad uso turistico di massa (Grand tour in Sicilia 1890-1950, 2003).
All’immagine storicizzata del Grand Tour, pur nelle sue derive mediali, improntate al riconoscimento e all’estetica del paesaggio immutato, si oppone un rovescio della medaglia indagato da un cambio di sguardo e prospettiva.
A partire dal Secondo dopoguerra il paesaggio siciliano – costiero e urbano – (come altrove nella Penisola) ha iniziato a subire la vasta e irreversibile trasformazione tra industrializzazione e cementificazione edilizia. Il sorgere di impianti petrolchimici e raffinerie (Gela, Augusta-Priolo, Milazzo), cementifici (Porto Empedocle), automobilistici e termoidraulici (Termini Imerese), seguirono la spinta politico-economica di una invocata – per i più necessaria e rapida – industrializzazione del Sud. Il fine nobile di riscattarne l’immobilismo e i cronici problemi di mancato sviluppo rispetto al resto del Paese, per migliorare il basso tenore di vita e contenere i flussi dell’immigrazione, ha avuto invece un impatto negativo e vantaggi affatto duraturi (Oddo, Antoniani 2024; Cancila 1995). Guardando oggi la Sicilia, con in mente il celebre ossimoro pasoliniano di un’Italia che ha vissuto lo «sviluppo senza progresso», che riprendeva i temi del celebre volume di inchiesta Industrializzazione senza sviluppo sul caso di Gela, quale potrà essere il futuro di Milazzo, Termini Imerese, Priolo e appunto Gela? (Hytten, Marchioni 1970; Pasolini 1975, pp. 91-95; Micciché 2019).
I petrolchimici e le raffinerie, nel corso dei decenni, produssero un effetto devastante sull’ambiente e la salute dei cittadini, entrando ben presto in un declino produttivo irreversibile, il cui inizio avvenne con la crisi petrolifera del 1973, proseguita negli anni Ottanta. Solo in anni recenti è iniziata una lenta riconversione a bioraffineria o centrale a gas – il caso di Gela – con promesse ma esigue bonifiche del territorio. Gli stabilimenti dell’auto e i cementifici sono fermi, i lavoratori in cassa integrazione o ridotti dopo imponenti licenziamenti, il contrasto tra storia, paesaggio e industrializzazione della Sicilia si fa evidente agli occhi di tutti.
Il processo di veloce progettazione ed edificazione industriale sulle coste siciliane iniziò alla fine degli anni Cinquanta, in palese violazione dell’appena entrata in vigore Costituzione repubblicana, in cui all’articolo numero 9, si legge: «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Nel 2022 l’articolo è stato oltretutto modificato includendo «la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, nell’interesse delle future generazioni».
A quasi ottant’anni dalla nascita della Carta costituzionale il dibattito riguardo all’impressionante numero di violazioni in nome di un’idea di ‘sviluppo’ e ‘modernizzazione’ si è fatto più acceso.
Quell’articolo fondamentale è rimasto troppe volte una dichiarazione d’intenti di fronte al fatto compiuto di un Paese cementificato in luoghi che si sarebbero dovuti preservare, industrializzato dove non si doveva industrializzare per la presenza di importanti testimonianze archeologiche, come appunto a Gela, Agrigento, Thapsos e Hymera Iblea (Augusta-Priolo). Un macro-caso di ‘sviluppo senza progresso’, che non ha fermato l’emigrazione, ha prodotto crisi croniche, contraddizioni sociali, morti per inquinamento, incidenti.
Costanti del dibattito – su cui proporrò alcune riflessioni – sono stati i numerosi progetti fotografici, narrativi, cinematografici e televisivi che hanno documentato la realizzazione, lo sviluppo e i lasciti dei grandi impianti industriali, specie petrolchimici (Viti 2007). Essi si possono distinguere in due fasi di realizzazione: la prima, trionfante, degli inizi, promossa e finanziata dall’ENI a seguito dell’individuazione dei giacimenti petroliferi siciliani e della decisione di intraprenderne lo sfruttamento. La seconda fase improntata alla contro-narrazione, affidata agli strumenti dell’inchiesta, la denuncia circa l’impatto sul paesaggio, sulla salute degli abitanti e dei lavoratori, individuando danni superiori ai benefici. Per capire lo spirito con cui, agli inizi degli anni Cinquanta, e poi nei Sessanta, si considerava l’industrializzazione del Sud come un salutare risveglio dal torpore dei secoli e dalla pigrizia delle genti del Meridione, è fondamentale considerare l’investimento in immagine, il coinvolgimento di intellettuali e registi, a cui commissionare narrazioni, volumi fotografici, collaborazioni a periodici come «Il Gatto Selvatico» e «Ecos», affiancati da numerosissimi film documentari (Ivens 1960; Latini 2011; Fontecoperta 2013).
Tra questi Gela antica e nuova del 1964 di Giovanni Ferrara col commento di Leonardo Sciascia (visibile nell’archivio ENI sul sito https://archiviostorico.eni.com/aseni/it/explore/audiovideo/) in cui si mostra l’avanzamento dei lavori per i grandi impianti industriali, in contrappunto all’elogio delle aspettative di benessere che avrebbero portato ricchezza alla popolazione, superando l’antica arretratezza di una società agricola ferma nel tempo (cfr. Quilici, Sciascia 1970). Una ricchezza che è stata però velocemente consumata lasciando sul terreno – a soli sessant’anni di distanza – relitti industriali difficilmente riconvertibili e conseguenze insanabili sul piano ambientale e umano.
La storia della ricerca di petrolio in Sicilia era iniziata quando negli anni Venti, la società americana Sinclair Oil, richiese al governo fascista l’autorizzazione a effettuare esplorazioni nel sottosuolo isolano. Gli sviluppi della vischiosa vicenda ebbero com’è noto la scoperta da parte di Giacomo Matteotti degli indizi circa la corruzione per le concessioni petrolifere che coinvolgevano funzionari e il fratello di Mussolini. Il suo assassinio, il 10 giugno 1924, avvenne anche per impedirgli di denunciare le tangenti (Canali 2004).
Nell’immediato dopoguerra – con la scoperta dei giacimenti di Gela e Ragusa – fu decisivo il ruolo di Enrico Mattei per procurare all’Italia repubblicana l’indipendenza energetica dalle sette sorelle del petrolio, auspicata a seguito alla scoperta dei giacimenti siciliani. A partire dalla metà degli anni Cinquanta l’investimento in propaganda aziendale – sul modello americano – da parte dell’ENI, per le trivellazioni e l’edificazione degli impianti di raffinazione, fu molto ingente. A iniziare dal celebre marchio che fu ideato dallo scultore varesotto Luigi Broggini, e dal designer Giuseppe Buzzi con il motto: «il cane a sei zampe, fedele amico dell’uomo a quattro ruote», che in una postura non del tutto naturale, ricordava la lupa di Roma.
E più avanti:
Dunque, nella narrazione tra testo e immagine l’antico cavallo bardato si staglia contro i moderni cavalli motore. L’immagine, allo stesso tempo simbolica ed estetizzante, è di Leonard von Matt (1909-1988), già noto fotografo svizzero autore nella sua lunga carriera di più di cinquanta volumi fotografici sull’arte, l’architettura, molti dei quali su Roma e l’Italia. Nel 1964 – con il patrocinio dell’ENI – pubblicò un importante volume dedicato alla Gela antica con i testi dell’archeologo Pietro Grifo (Grifo, von Matt 1964). Nella premessa dedicata al contesto ambientale di Gela, Grifo conclude con queste parole:
Egli ammetteva tuttavia che «molti gravissimi problemi sono posti ora per la città dal processo di industrializzazione iniziato fortunatamente nella generale rinascita dell’economia del Sud» (ibidem). Il mito dell’uomo nuovo che pervade il XX secolo giunge – secondo Grifo – a ridefinire l’antico contadino gelese al quale si affiancano tecnici, imprenditori e maestranze qualificate che affluiscono a Gela da ogni dove, che le «cambiano il volto, lo spirito, trasformandola in una moderna città industrializzata» (ibidem).
Il volume descrive dettagliatamente – con immagini eloquenti a piena pagina – le varie epoche della storia della città secondo le conoscenze archeologiche che fino ad allora si erano raggiunte ed erano confluite nell’edificazione del Museo Archeologico Nazionale (1958), grazie all’opera degli archeologi Adamesteanu e Orlandini con il progetto dell’architetto Minissi. Gli obiettivi dei cineoperatori e dei fotografi in quegli anni offrono una enorme mole di materiali che mettono spesso volutamente in contrasto le scoperte degli scavi archeologici con gli scavi petroliferi, esaltando la contiguità e la possibile armonia. L’ultima immagine del volume [fig. 2] riprende la prospettiva che dal Museo fa vedere gli scavi della città antica, dove si trova la celebre colonna dorica del distrutto Tempio di Atena, rimessa in piedi proprio attorno a quegli anni come simbolo della città. Sullo sfondo, svettano le ciminiere del petrolchimico ormai costruito. La didascalia qui recita:
Le ultime righe del volume, dopo aver ricordato lo sbarco degli alleati il 10 luglio ‘43, invocano la «speranza di un nuovo destino» giacché dalle «viscere della terra, dalle profondità del suo mare, l’oro nero sgorga copiosamente, e promette per l’avvenire certezze inequivoche di benessere e di civile progresso» (ibidem).
La retorica della propaganda industriale sul caso Gela, negli anni del boom economico, è capillare e diffusa in tutti i media, comprende anche la rivista «Vie d’Italia» edita dal Touring Club Italia che utilizza con efficacia il foto-racconto come strumento per accompagnare il testo di alcuni articoli. Due numeri in particolare offrono spunti di riflessione. Il primo del maggio 1962 in cui compaiono immagini che mettono in contrasto il presente industriale e gli antichi costumi, come nel caso dell’uomo in tuta ed elmetto che guarda l’anziana donna in nero immortalato dal fotografo Giancarlo Scalfati [figg. 3-4].
Nell’articolo, in cui si esalta il primo stadio della rivoluzione industriale e il progresso verso il quale si sta dirigendo «la città del petrolio italiano da 8000 barili al giorno», ci sono delle righe in cui si ammette il malcontento e il pessimismo della popolazione per l’aumento dei prezzi a fronte dell’aumento dei beni di consumo disponibili solo a pochi. «“A noi non ne viene in tasca nulla”, “se non ci si lavora non ci si accorge neppure che c’è il petrolio”»; «“è peggio di prima, prima si stava male tutti e ci si accontentava. Ma ora c’è troppa disuguaglianza, i prezzi sono andati in alto ma noi siamo rimasti in basso”». (Tarozzi 1962, pp. 551-60). Nella didascalia apposta sotto la foto si legge:
Nell’ottobre del 1966 un foto-racconto del noto Pepi Merisio, collaboratore ufficiale del Touring club, merita attenzione. L’articolo a firma di Giovanni Centorbi evoca il viaggio in Sicilia. A Gela si aggiunge il caso della raffineria di Priolo nel siracusano: «dove un tempo era il deserto, oggi grazie al sodalizio fra siciliani e lombardi si levano fabbriche enormi, serbatoi colossali, capolavori della fraternità e della buona fede tra sud e nord» (Centorbi 1966, pp. 1159-72).
La speranza esaltata dai media si infranse nella discontinuità dei vantaggi economico-industriali e presto a essa di sostituirono la bruciante delusione umana, le malattie da inquinamento, la cancellazione delle possibilità di ogni sviluppo turistico alternativo all’industria petrolchimica – tutti fattori per lo più occultati dai media e dalle omertà aziendali (Oliva 2015). Le vicende si possono approfondire storicamente in molti articoli che la stampa ha prodotto nella seconda metà del Novecento attorno al caso Gela, tra antichità e industria, nella seconda metà del Novecento e, in particolare, attraverso i numerosi articoli con corredo fotografico di E. Oliva in «ReportageSicilia» (s.d.). Sulla questione, si vedano inoltre i recenti docufilm che mostrano gli effetti antropologici e ambientali, relativi alle aree interessate, a Sessant’anni di distanza come Toxicily (Destors, Pinto, 2024) e Mare Nostrum, Gela (Farioli Vecchioli, 2015).
Ma come nella parresia socratica qualcuno iniziò a esprimere un pensiero critico, affiancando un utilizzo crudo e inappellabile del foto-racconto e dell’immagine in movimento.
3. Inchiesta, denuncia e contro-narrazione
Negli anni che seguirono l’inaugurazione del petrolchimico ANIC di Gela, l’11 marzo 1965, in presenza del Presidente Saragat, e per tutto il corso degli anni Sessanta, fino alla crisi energetica del 1973, furono frequenti le inchieste giornalistiche attorno al contrastante effetto economico e sociale sulla città di Gela.
Le critiche precoci e incisive furono quelle di Giuseppe Fava dalle pagine del quotidiano catanese «La Sicilia», nell’estate-autunno 1966, confluite poi in un celebre volume l’anno seguente (Fava 2025, pp. 123-152). I due articoli dedicati a Gela: L’illusione e Il cuore di metallo, furono corredati dalle fotografie di Mario Torrisi, con didascalie argomentate. La penna di Fava, acuminata, e per nulla incline a fare sconti, descrive il fallimento del «teorema perfetto: una vecchia città del sud, logora, triste, polverosa, povera», con un’alta percentuale di analfabeti e disoccupati, alla quale viene posta accanto: «una grande industria moderna, uno stabilimento gigantesco, capace di assorbire alcune migliaia di operai» (ivi, p. 123). Il mondo automatizzato e professionalizzato del petrolchimico è però come un’astronave spaziale calata dall’alto che non riesce a interagire con il tessuto storico e antropologico del luogo. L’industria crea diseguaglianze, favorisce solo i tremila che vi lavorano e i profitti che produce non ricadono sul territorio [fig. 5-6]. Le didascalie, stavolta, assumono accenti marcatamente poetici:
Poi
Altri reportage vennero realizzati tra gli altri da Francesco Rosso per «Il Mondo» e «La Stampa», nel 1967, ribadendo le condizioni di disagio in una città stravolta dall’innesto delle strutture del petrolchimico dell’ANIC: una presenza industriale che, pur garantendo in quel periodo un reddito a qualche centinaio di famiglie locali, rimase estranea alle reali dinamiche di sviluppo di Gela, senza mutarne i modelli arcaici di vita quotidiana. Il segno più evidente di questa contraddizione fu la creazione della cittadella riservata a una parte di dirigenti e tecnici dell’ANIC impiegati nel petrolchimico: un villaggio lindo e ben attrezzato, simile a un quartiere residenziale lombardo o piemontese, transennato e munito di cartelli di divieto di accesso nei confronti ‘dell’altra Gela’, rimasta ancorata a una secolare situazione di povertà quotidiana. «Il petrolio di Gela» – aveva già scritto Rosso nell’ottobre del 1961:
Quindici anni dopo Processo alla Sicilia, Giuseppe Fava con i suoi collaboratori, avrebbe continuato a denunciare, fino al suo assassinio per mano mafiosa il 5 gennaio 1984, le crisi croniche dell’industria in Sicilia sulle pagine della rivista «I Siciliani» attraverso l’uso icastico e dialogico di immagini e testi [fig. 7]:
Le ultime parole però, in questo breve excursus sulla polarizzazione tra l’impiego propagandistico da una parte, e critico dall’altra, nell’uso di immagini di simile soggetto, commentate in termini opposti, le troviamo in un articolo in cui si propone al lettore la speranza che dalle cessazioni di impianti industriali si possa passare alla tutela del paesaggio e dell’ambiente [fig. 8]:
Al richiamo della tutela del paesaggio si aggiunse la voce aspra dello scrittore Vincenzo Consolo che nel suo L’olivo e l’olivastro vestì l’abito del parresiasta, osservando il fenomeno dello sviluppo deteriore del secolo XX, che nega l’identità dei luoghi, distrugge la civiltà preesistente. Egli scrisse parole, sconsolate e definitive, citando il sommo poeta che esperì l’inferno:
*Ringrazio Monica Maffioli e Ernesto Oliva, infaticabile autore del blog «ReportageSicilia», per il confronto, i preziosi materiali fotografici e i suggerimenti bibliografici.
M. Canali, Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Bologna, Il Mulino, 2004.
O. Cancila, Storia dell’industria in Sicilia, Laterza, Bari-Roma, 1995.
M. Cometa, Scrittori-fotografi in Sicilia tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, in G. Fiorentino, M. Maffioli, R. Valtorta, Storie della fotografia in Italia, Pearson, Milano, 2024, pp. 103-15.
A. Cascone, ‘Una storia di critica d’arte: Attilio Bertolucci e «Il Gatto Selvatico»’, Storia della critica d’arte. Annuario della Sisca, 307, 2021, pp. 259-291.
G. Carrara, Storie a vista. Retorica e poetiche del fototesto, Milano, Mimesis, 2020.
G. Contorbi, ‘Viaggio nell’industria della Sicilia orientale’, «Vie d’Italia», ottobre 1966, pp. 1159-72.
F.X. Destors, A. Pinto, Toxicily, 2024, <https://www.ginkofilm.it/film/toxic-sicily/> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
G. Fava, Processo alla Sicilia, un continente dentro una nazione [1967], Zolfo Editore, Milano, 2025, pp. 123-152.
E. Farioli Vecchioli, Mare Nostrum, Gela, Rai Storia, 2015, <https://www.raiplay.it/video/2018/06/Gela-e16e812f-2ec8-49d6-ad02-0a69fba29bf3.html> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
G. Fontecoperta, Gela non è una città povera, parte prima e seconda, in Sicilia memorie dal sottosuolo, “News-Art”, 25/09/2013, <https://news-art.it/news/sicilia–memorie-dal-sottosuolo—1.htm> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
P. Griffo, L. von Matt, Gela. Destino di una città greca di Sicilia, Stringa, Genova, 1964.
E. Hytten, M. Marchioni, Industrializzazione senza sviluppo: Gela: una storia meridionale, Franco Angeli, Milano, 1970.
J. Ivens, L’Italia non è un paese povero, episodio III (Appuntamento a Gela), 1960: <https://www.youtube.com/watch?v=kaQ8Uy34rsE> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
G. Latini, L’energia e lo sguardo, il cinema dell’Eni e i documentari di Gilbert Bovay, con DVD, Donzelli, Roma, 2011.
A. Micciché, ‘Sviluppo, territorio inquinamento: il caso Gela’, Novecento.org, 16 aprile 2019, <https://www.novecento.org/storia-e-didattica/didattica-in-classe/sviluppo-territorio-e-inquinamento-il-caso-gela-3715/> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
G. Oddo, R. Antoniani, L’Italia nel petrolio. Mattei, Cefis, Pasolini e il sogno infranto dell’indipendenza energetica, Feltrinelli, Milano, 2024.
P.P. Pasolini, Sviluppo e progresso, in Scritti corsari, Einaudi, Torino, 1975, pp. 91-95.
G. Quasimodo, ‘È morto il sogno evviva il sogno’, «I Siciliani», giugno 1983, pp. 76-88.
ReportSicilia, ‘Gela’, <https://reportagesicilia.blogspot.com/search?q=Gela> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
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A. Rosso, ‘A Gela sono sorte case per 3 miliardi ma la gente vuole vivere nelle grotte con i muli’, La Stampa, 95, 256, 28 ottobre 1961.
F. Quilici, L. Sciascia, La Sicilia vista dal cielo, Esso, 1970, <https://www.youtube.com/watch?v=G6AFkRGjTBA> [ultimo accesso 30 giugno 2025].
G. Tarozzi, ‘Gela statue e petrolio’, Vie d’Italia, maggio 1962, pp. 551-60, in Grand tour in Sicilia 1890-1950: viaggio attraverso il manifesto pubblicitario, Catalogo della mostra, Palermo, 2003.
C. Viti, Gli anni dello stile industriale 1948-1965. Immagine e politica culturale nella grande impresa italiana, Marsilio, Venezia, 2007.