Le caratteristiche della malattia si estendono al paziente e alle difficoltà della guarigione, trasformando tutto ciò che lo circonda in qualcosa di nocivo, secondo la modalità figurativa del contagio. E così il cancro, nelle sue manifestazioni ancora non curabili e non remissive, diventa sinonimo di morte e «dal momento che la morte è ritenuta un evento oggi oltraggiosamente insensato» ne deriva una conseguente reticenza nel discuterne in forma pubblica, anche in chi non ne è colpito personalmente. Così, continua Sontag «nella convinzione che sia meglio evitare ai morenti la notizia che stanno morendo e che una buona morte sia una morte improvvisa, meglio ancora se avviene quando siamo svenuti o addormentati», ci si sente legittimati a mentire ai malati di cancro «non solo perché la malattia è (o si pensa che sia) una condanna a morte, ma perché la si considera oscena, nell’accezione originaria del termine: nefasta, abominevole, ripugnante per i sensi».
Nel suo fortunato saggio Sontag esclude qualunque riferimento alla propria personale condizione di paziente, che pure aveva dato avvio alla sua riflessione. Si tratta di un’esperienza fondamentale, come testimonia Benjamin Moser nella biografia di Sontag, perché una volta acquisita la consapevolezza della propria malattia, la paziente è divenuta euforica, ha dimostrato un nuovo attaccamento alla vita – confessando che «quella è stata la prima volta nella mia vita che ho pensato a quanto sia meravigliosa la vita» – e trasformando quella temibile condizione di prossimità tra malattia e morte nella scoperta di nuove opportunità per la paziente.
Il successo immediato del volume di Sontag va sicuramente spiegato con il tentativo di liberare il cancro, malattia ancora molto diffusa e mortale negli anni Settanta del Novecento, dalle sue metafore e dalle briglie delle sue interpretazioni moralistiche che ne impedivano una discussione collettiva fuori dagli studi medici e dagli ospedali. Come per la malattia mentale, analizzata negli stessi anni da Michel Foucault in Sorvegliare e punire (1975), in particolare nella produzione dei discorsi e dei dispositivi che la rendono possibile, anche il cancro per Sontag va affrontato non solo in seno alla comunità dei pazienti coinvolti, per farlo diventare un discorso pubblico, secondo quella indispensabile direzione sociale e politica che il discorso sulla malattia e sulla cura avrebbe assunto nei decenni successivi, e per includere anche le forme della narrazione tra le forme di guarigione.
A distanza di circa trent’anni da Illness as Metaphor, L’usage de la photo di Annie Ernaux e Marc Marie risponde e riscrive con tratti originali le tesi sontagiane: le metafore e le rappresentazioni del cancro, basate su una conoscenza più avanzata delle cause e delle cure, il discorso privato e pubblico sulla malattia, la prossimità con la morte e le pratiche di guarigione.
Nella vita di Annie Ernaux le cure che la lasciano sperare nella possibilità di una guarigione sono accompagnate dall’incontro con un uomo molto più giovane di lei, con il quale decide di iniziare una relazione. Un anno di vita in comune nel quale i due amanti affrontano gli stadi dell’evoluzione della loro relazione insieme alle fasi di cura della malattia della donna, e negli stessi mesi decidono di dare vita al progetto e alla pratica per la realizzazione del fototesto, che diventerà un collante solidale tra i due protagonisti.
L’uso della foto infatti compone in una struttura bifocale due sguardi assai diversi – maschile e femminile, con età differenti, della malata e di chi le sta accanto – su un periodo di vita condiviso, fatto di incontri erotici e delle cure per il cancro al seno.
Come esergo del loro volume Ernaux e Marie riprendono l’incipit di un altro grande testo di Georges Bataille, che ne L’Erotisme (1961) indica precisamente: «non vi è modo migliore per familiarizzare con la morte che legarla a un’idea libertina». Sembra che l’indicazione batailliana di coniugare erotismo e malattia sia il modo più appropriato per affrontare la paura della morte che la scrittrice avverte soprattutto nella sua, seppur temporanea, condizione di malata.
Infatti, per prolungare l’effetto positivo e vitale dei loro incontri i due autori decidono di avviare una sorta di rito che diventerà innanzitutto una pratica erotica: fare alcune foto di ciò che resta delle loro scene d’amore, inquadrando i vestiti gettati alla rinfusa sul pavimento, nell’appartamento di Ernaux o nelle camere d’albergo dove i due amanti si sono incontrati. Le foto analogiche verranno poi sviluppate, osservate e successivamente selezionate per costituire un corpus sul quale i due amanti eserciteranno la propria scrittura. È proprio l’uso della fotografia che dà avvio e permette due diverse operazioni: l’intreccio tra erotismo e malattia, sul quale si innesta quello tra fotografia e scrittura. In altri termini, i due protagonisti conservano le uniche tracce materiali dei loro amplessi e nello stesso tempo le mettono in relazione alle loro scritture, che verranno successivamente confezionate dall’editore nel prezioso volume. E così fotografia e scrittura si combinano per rappresentare la relazione tra i due amanti, nella simbiosi dei loro vestiti abbandonati in disordine sul pavimento e nell’alternanza delle voci che si intrecciano nel volume. Infine, sarà proprio la scrittura a sugellare quella pratica erotica e a comportare un’eccitazione fisica e intellettuale, in una forma prima privata e poi pubblica, e inoltre dapprima in una modalità disgiunta e poi condivisa tra gli autori.
Ogni aspetto del progetto editoriale sembra confermare questo intreccio virtuoso.
La genesi del fototesto è complessa, perché dopo avere scelto quattordici foto su circa una quarantina di scatti, i due amanti decidono di scriverne in maniera autonoma e indipendente, ignorando ciò che l’altro scrive, almeno fin quando l’editore non comporrà le bozze del volume. L’uso della foto ha una struttura regolare e simmetrica, il cui nucleo ricalca quella tripartita dell’emblematica. Due prefazioni a firma di Ernaux spiegano il momento delicato della vita della scrittrice e inoltre raccontano la decisione dei due amanti che ha dato vita all’operazione editoriale. Il corpus del volume consiste nelle riproduzioni delle foto in bianco e nero, ognuna preceduta da una pagina con la sola indicazione della data e del luogo dell’incontro, che permettono di ricostruire una cronologia di episodi e un’evoluzione della relazione. Si tratta di fasi di trasformazione che si comprendono anche a partire da alcuni elementi tecnici, come la prospettiva e il taglio della fotografia, i dettagli e la presa di distanza dalla scena. La riproduzione di ciascuna foto è seguita dalle descrizioni e dai commenti dei due autori, prima quello di Ernaux, poi quello di Marie, ognuno con un preciso titolo. Il volume si conclude con un’ultima postfazione, sempre a firma della scrittrice, dove si riprendono le linee principali dell’intera narrazione: la differenza tra essere malati di cancro o avere un cancro, la fascinazione del tempo e la compresenza di mortale e vivente, il discorso privato e pubblico sulla malattia, tra gli altri. La postfazione termina con la descrizione di una foto, non solo non riprodotta nel volume ma neanche mai scattata, e che potrebbe corrispondere a una nuova origine della vita, che fa il paio con l’altra foto già citata nelle prime pagine e paragonata esplicitamente all’origine del mondo, à la Courbet. Infatti l’ipotetico titolo di quest’ultima foto inesistente, Nascita, che è anche l’ultima parola del libro, chiude in maniera circolare l’esperienza raccontata.
La presenza della malattia è costante dal primo all’ultimo incontro tra i due amanti e ha creato quella dimensione esclusiva cementando il loro rapporto:
B. Moser, Una vita, Milano, Rizzoli, 2023, p. 237.
Per gli studi sulla medicina narrativa cfr. A. W. Frank, Il narratore ferito, Torino, Einaudi, 1995; R. Charon, Medicina narrativa, Milano, Raffaello Cortina editore, 2019; L. Mortari, Aver cura di sé, Milano, Raffaello Cortina, 2015; M. Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Milano, Raffaello Cortina, 2020 e Id. Autopatografie. Cura e narrazioni di sé, Palermo, UnipaPress, 2023.
Cfr. M. Cometa, ‘Retoriche del fototesto’, in R. Coglitore, M. Cometa (a cura di), Fototesti. Letteratura e cultura visuale, Quodlibet, 2016, pp. 69-116.