«Ci vulissi ’ncarceri pe’ pinseri… no pe’ cristiani…». In questa folgorante sentenza in dialetto siculo è racchiuso il nucleo etico di Vorrei una voce, l’ultimo spettacolo teatrale di e con Tindaro Granata che ha debuttato a Lugano nel gennaio 2024, prodotto da LAC Lugano Arte e Cultura, in collaborazione con Proxima Res. Lo spettacolo monologante, costruito attraverso le canzoni di Mina cantate in playback, scritto e interpretato interamente dall’attore, regista e drammaturgo siciliano, vincitore del Premio Hystrio Twister 2025, si inserisce nel panorama teatrale quindici anni dopo il debutto di Antropolaroid (2011), il monologo di esordio che aveva assicurato a Granata il Premio ANCT Associazione Nazionale dei Critici di Teatro come miglior spettacolo d’innovazione.

La pièce, nata tra le mura del teatro Piccolo Shakespeare della Casa Circondariale di Messina, è l’esito di un laboratorio teatrale quadriennale condotto da Granata a partire dal 2019 con le detenute di alta sicurezza, nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino. Come si legge nelle note di regia dello spettacolo scritte dallo stesso Granata, il percorso è nato con l’idea di «entrare nei propri ricordi, in un proprio spazio, dove tutto sarebbe stato possibile» per recuperare «una femminilità annullata, la libertà di espressione della propria anima e del proprio corpo» nella speranza di «liberarsi da pensieri, angosce, fallimenti di una vita».

Fig. 1 Tindaro Granata, Vorrei una voce. Foto di ©Masiar Pasquali

Vorrei una voce si apre con uno sgabello al centro del palcoscenico, attorniato da cinque postazioni che fanno da grucce ad abiti scintillanti, un groviglio di lucine ai loro piedi e cinque fari illuminati sullo sfondo, cui si aggiunge, sul lato sinistro, un’asta con microfono. Granata – con un look androgino che cita esplicitamente l’album di Mina intitolato Aliena (1996) – accoglie il pubblico nel suo camerino interiore svelandogli in quale fase della sua vita si trovasse quando ha ricevuto la proposta di tenere un laboratorio teatrale nella sezione femminile del carcere di Messina: aveva smesso di provare gioia per quello che faceva e non credeva più in sé stesso.

L’artista ricalca su di sé gli iconici nei della cantante, aggiunge un po’ di sfavillante ombretto grigio perlato sugli occhi con ciglia e sopracciglia bistrate in stile anni Settanta e un irresistibile rossetto rosso; indossa poi una collana di metallo morbido, un pantalone bianco a zampa di elefante e un maglione marrone chiaro. A tratti è sé stesso e racconta della decisione di far mettere in scena alle detenute-attrici l’ultimo concerto live di Mina del 23 agosto 1978 presso lo storico locale notturno toscano La Bussola (che vediamo proiettato alle spalle di Granata mentre canta in playback Io vivrò senza te), a tratti diventa ognuna di quelle cinque detenute, confermando la sua straordinaria capacità metamorfica che lo rende interprete e medium di un femminile che chiede ascolto, rispetto e riscatto.

Fig. 2 Tindaro Granata, Vorrei una voce. Foto di ©Masiar Pasquali

L’esperimento riuscito di far cantare le canzoni della divina Mina, in playback, alle cinque detenute-attrici – Vanessa, Jessica, Assunta, Sonia, Rita – durante il laboratorio messinese, viene riproposto da Granata anche sul palco. Attraverso quei capolavori senza tempo che fanno parte della memoria collettiva di tutti noi, l’artista, completamente da solo in scena, compone una pluralità di donne e di storie entrando e uscendo di continuo dai personaggi delle detenute.

Le labbra di Granata che si muovono senza produrre, de facto, alcun suono – come fa notare Davide Oliviero nella sua recensione per GBOPERA – «amplificano il senso di una voce negata, spezzata dall’assenza di libertà», mentre la potente voce di Mina e il canto che affiora da questa evocazione generano, di contro, «un cortocircuito emotivo, dove la musica diventa veicolo di resistenza, riscatto e trasformazione». L’ascolto si trasforma così in un’esperienza viscerale a cui fa da cornice il disegno luci caldo e accogliente firmato da Luigi Biondi che trasforma lo spazio scenico accompagnando i cambi di atmosfere e di personalità di Granata e assumendo, a poco a poco, la forma di una spettacolarizzazione da camera. I costumi luccicanti e dai tessuti semi-trasparenti di Aurora Damanti, invece, sublimano il gioco di lustrini e consentono all’attore di scivolare velocemente da una storia all’altra con piccoli e rapidi cambi. Il performer infatti, toltosi il maglione, svela una sorta di indumento ‘intimo’ dalla vita molto alta grazie al quale, indossandovi sopra una canotta argentata, una giacca di paillettes dorata o giacca e pantalone di paillettes nero, si fa corpo-archivio delle esperienze intime, forti, estreme delle cinque donne nelle quali vede riflesso il proprio disperato bisogno di esprimere sé stesso e di recuperare la propria voce interiore.

Lo spettacolo procede così per quadri, in un racconto polifonico dove ogni melodia s’insinua negli anfratti più profondi dell’anima dello spettatore e ogni brano della Tigre di Cremona corrisponde a una detenuta-attrice e a un diverso spaccato di umanità dolente intriso di faide familiari, sparatine, amori infelici e tradimenti consumati, riflettendosi in una specifica cromia che definisce il perimetro emotivo della narrazione portata avanti dal magnetico Granata: dalla luce blu per Assunta (Caruso) a quella viola per Jessica (E poi), dal verde per Sonia (Ancora ancora ancora), al rosso per Vanessa (L’importante è finire) fino al giallo per Rita (La voce del silenzio).

Fig. 3 Tindaro Granata, Vorrei una voce. Foto di ©Masiar Pasquali

Nel suo monologo di novanta minuti, Granata prende in prestito fragilità e desideri di riscatto e li traduce in potente visione scenica, svelando la complessità e la stratificazione di un universo femminile che, seppur privato della libertà, riscopre l’atavico bisogno di proteggere e nutrire i propri legami affettivi, per quanto distanti o addirittura recisi. L’attore – attingendo alla forza del cunto siciliano, uno strumento che gli è familiare, ma che qui è rivisitato e adattato – entra ed esce dai personaggi delle detenute con disarmante disinvoltura, non interpretandoli o imitandoli, ma accogliendoli dentro di sé e restituendoceli insieme ai loro sogni, alle loro ferite, alle loro disillusioni. Con una magistrale capacità mimetica espressa attraverso l’uso di caratterizzazioni dialettali diverse – ora in siciliano, ora in calabrese, ora in romano – e di registri linguistici distinti, posture espressive, tic verbali, l’artista presta la propria voce e il proprio corpo alle detenute e alle loro storie che, altrimenti confinate dietro le sbarre, trovano finalmente una risonanza pubblica.

In questa tassonomia del dolore, Granata non racconta mai i reati delle cinque donne, né le giudica. Con una prova d’attore brillante e struggente, si spoglia e invita tutti noi a spogliarci da ogni giudizio e pregiudizio affinché Vorrei una voce, spettacolo delicato e potente, intimo e universale, possa dimostrare che il Teatro – quello fatto con cura artigianale, con passione, con amore – si confermi l’unico luogo dove le sbarre smettono di essere visibili; uno spazio di ascolto condiviso in cui è ancora possibile sognare e riappropriarsi della propria libertà perduta. Financo in carcere.

Spettacolo visto il 13 marzo 2026 presso il Teatro Ambasciatori (Catania), all’interno della stagione 2025-2026 di Palco Off.

 

Scritto, diretto e interpretato da Tindaro Granata; con le canzoni di Mina; ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino; disegno luci Luigi Biondi; costumi Aurora Damanti; collaborazione alla regia Alessandro Bandini; amministratrice di compagnia e distribuzione Paola Binetti; tecnici di compagnia Roberta Faiolo/Simone Arganini; produzione LAC Lugano Arte e Cultura; in collaborazione con Proxima Res; partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco – Clinica Moncucco e Clinica Santa Chiara.

Note

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