Scandito da cinque sezioni rispettivamente intitolate Ritagliare, Un museo interiore, Ritratti, Camminare, Collezionare perdite, il volume è il risultato di una voce autoriale che, tornando sui propri studi giovanili (in particolare, la pittura rinascimentale di area veneta), ma aprendosi all’universo figurale di ogni tempo e natura (dai ritratti del Fayyum a Bill Viola, Jenny Holzer, Ron Mueck e altri), compie una serie di esercizi di estetica operativa. Sono prove in cui alla prassi euristica fondata sulla ricostruzione dell’insieme partendo dal frammento, per concatenamento logico, subentra una strategia autoriale basata sull’estrapolazione non predeterminata dei particolari e conseguente loro ricollocazione secondo logiche impregiudicate. Tali processi d’invenzione estemporanea, nutriti di stupori, sono ben condensati dalla figura dello ‘sguardo-coltello’, l’occhio-lama che affonda nell’immagine non per prassi automatica ma vedendo ‘in modo impensato’.
Anedda fa perciò del dettaglio un evento-immobile, direbbe Piero Bigongiari, un provocatore ottico di vita. E dico di vita, e non di sola visualità, perché l’idea alla base del libro, come chiarisce il genitivo soggettivo ‘dei’ – già decisivo in quel testo fondamentale, e si spera presto ripubblicato, che è La luce delle cose (2000) – designante una spiccata attitudine bio-organica, era (e resta) quella di restituire allo scambio occhio-materia la sua fisiologia. Invece della filologia e della semantica irretite ‘nei’ dettagli, della connoisseurship narcisisticamente specchiantesi ‘nei’ dettagli, o ancora del collezionismo arroccato ‘nei’ dettagli, la rispettosa partecipazione alla vita ‘di’ quei radiosi conseguimenti partoriti dalla mente, e dalla mano, di altri esseri umani.
La scrittura dell’immagine, voglio dire, come esperita interazione tra due materie non inerti – anche il legno di pannelli e tavole vive, come vivono la tela in lino o canapa e i pigmenti naturali del Rinascimento – e dunque fondamento di un gesto interpretativo inaudito, in piena disubbidienza rispetto ai precetti dell’iconografia di tipo accademico-scientifico e, più in generale, in sfida all’ordinamento gerarchico dei saperi e dell’esistenza stessa. In ultima istanza, un gesto di insubordinazione, con l’arte e attraverso l’arte, alle leggi inesorabili della morte.
La vita dei dettagli nasce insomma come un libro indocile e provocatorio, deciso a ri-mediare, nei due sensi della parola, (al)lo iato tra vissuto e visto, carpendo l’immagine persino con sfrontatezza, in cerca di sensi ulteriori (anche sul piano erotico: afferrare la carnalità palpitante della pasta pittorica). L’arte è qui intesa come ciò che consente di dilatare i confini del reale, ‘avvicinando’ sfrontatamente l’opera alla riguardante, proprio per ‘aumentare’ la distanza dal già conosciuto, dal già visto, confondendo tempi, spazi, luoghi in un produttivo gioco di ‘rimescolamenti’, a dirla con Ungaretti. Un libro personalissimo e intimo, sagacemente anti-normativo, provocatorio sul piano disciplinare, epistemologico e psichico, ma anche su quello formale.
Le cinque sezioni, infatti, tutte diverse le une dalle altre per natura, soluzioni, tessitura dell’ordito, sfuggono a ogni definizione di genere. Né prosa né verso, ma un lievitare del dettato per linee di crescita sovrapposte, per nuclei sintattici attorno a cui si addensano, in un presente non narrativo ma trans-temporale, molteplici strati di vissuto-visto. E, infine, nella quinta parte, l’inserimento di alcune opere realizzate dalla stessa Anedda, la quale letteralmente incista, nel corpo tipografico, ibridi mediali, installazioni, per così dire, site a-specific.
Il risultato del volume 2009 è quello di relativizzare fortemente l’io e avvalorare l’idea del possesso come forma di fallacia conoscitiva oltre che di debolezza etica. Penso in particolare al modo in cui Anedda ripensa il tema del rispecchiamento. Nell’universo estetico moderno l’artista o lo scrittore, qualsiasi cosa rappresenti, è cosciente di ritrarre sé stesso: e così la fruitrice, il fruitore si aspetta di identificarsi con ciò che vede. Quanto cinema, quanta arte, quanta letteratura contemporanei vanno in quella direzione. Questo è esattamente ciò che la poeta romana intende rovesciare. Riconoscersi in altri corpi (reali o raffigurati) è per Anedda un esercizio di allontanamento dall’ingombro del sé, di tregua dalle incombenze dell’io, e anche dal rischio di accomodarsi dalle parti di una confortante commozione (una delle grandi malattie dell’estetica d’oggi).
Il libro del 2025 ha lo stesso valore e significato di quello del 2009? Al sottoscritto pare che ne abbia acquisiti di nuovi, o meglio di ulteriori, da classico qual è. Mi spiego. Ritengo che la ‘vita nuova’ (dei dettagli), ripensata alla luce dei successivi sviluppi dell’opera di Anedda – da Historiae (2018) a Geografie (2021), passando per Le piante di Darwin e i topi di Leopardi (2022) e la riflessione a tre teste, con Elisa Biagini e il sottoscritto, Poesia come ossigeno (2021) – proponga ulteriori possibilità di lettura. Ne suggerisco due.
La prima. Di fronte alle foto delle persone amate, dei quadri amati, dei paesaggi amati, trovo accentuata la consapevolezza, da parte dell’autrice, che non si è mai davvero acquisito, posseduto nient’altro che frammenti di tempo, intensamente esperiti per qualche attimo e niente più. Intendo dire che la perdita, la precarietà, la caducità di ciascuno e di tutti appare, con l’andar del tempo, sempre più inesorabile ma sempre meno sfidata, combattuta, elusa. E questo non per una resa all’inevitabile, ma per una riflessione di respiro ancora più ampio, portatrice di una proposta etica forte, che mi pare di poter così riassumere: preservare, lasciando andare.
Ma, soprattutto, tenderei a leggere il volume Electa come una ferma risposta a un panorama intellettuale e mediale sempre più sovreccitato, dimostrativo, citazionistico e muscolare. Una risposta calma, meditata, ma non per questo meno netta, al bisogno di (tornare a) pensarsi collettività. Anche il gesto di appropriazione e assimilazione, il (det)taglio, non è più (solo) una conquista e una sfida al già pensato, ma la mossa del cavallo di una creatività divergente su più fronti. La «pura potenza attrattiva» del dettaglio (così Rocco Ronchi introducendo Tutte le poesie di Anedda; Garzanti 2023, p. 12) è forza capace di trascinare fuori dall’insieme, e in tal modo eccederlo. Proprio come l’io, chiamato a commisurarsi con quanto lo sovrasta, schiacciandolo. Il dettaglio, voglio dire, è oggi la pietra d’inciampo del suprematismo identitario, delle piramidi tutte vertice e niente base, delle totalità totalizzanti/totalitarie. Qualcosa che invita a de-evolvere verso forme altre. Il motore di una letteratura a-specific, ossia, se mi si consente il gioco di parole, anti-specialistica, di un’altra specie (o meglio: in ogni senso meticcia), antispecista.