Nel canto XVII dell’Iliade, la battaglia infuria attorno al corpo di Patroclo, caduto per mano di Ettore. Gli Achei, privati del loro eroe e incalzati dalla ferocia dello scontro, combattono per impedire lo scempio, mentre i Troiani premono con violenza crescente. È in questo contesto che Aiace, di fronte alla caligine divina scesa sul campo – una nebbia fitta, inviata da Zeus stesso per confondere i combattenti – rivolge la sua preghiera al dio.
Aiace non invoca la salvezza, ma la luce: chiede a Zeus non di risparmiare la vita agli Achei, ma di disperdere la nebbia, di restituire la chiarezza del cielo, la visibilità del campo, l’accesso allo sguardo. In questo passaggio potentemente simbolico dell’Iliade, l’eroe esprime un principio fondamentale dell’immaginario antico: combattere al buio è disonorevole, morire nella luce è invece accettabile, persino desiderabile.
La supplica di Aiace, nella sua apparente semplicità, racchiude una potente metafora della visione, fulcro della cultura greca arcaica e classica. La luce non è qui solo condizione materiale della visione, ma valore etico: è ciò che consente all’azione di essere visibile, conoscibile, giudicabile. In altre parole, è la luce a garantire la narrabilità dell’evento umano, a renderlo parte della memoria collettiva. Il buio, al contrario, è il luogo del disordine, dell’ignoto, dell’informe. Morire nella luce è ancora morire da eroe; perire nell’oscurità significa invece essere esclusi dallo sguardo e dunque dalla narrazione.
Come ha notato Jean-Pierre Vernant, l’esposizione allo sguardo – sulla scena pubblica dell’agorà, del teatro, del campo di battaglia – è per i Greci la condizione per l’esercizio della soggettività etica e politica. È nello spazio visibile che l’individuo si costituisce come figura, come attore, come eroe. Ed è per questo che la visione è sempre anche un fatto di valore, oltre che di conoscenza.
In questo senso, l’invocazione di Aiace può essere letta come un’anticipazione drammatica del grande tema edipico nelle tragedie sofoclee: lo scontro con un destino doloroso, che, in fin dei conti, è più saggio affrontare nella luce della ragione piuttosto che annegando nella tenebra dell’ignoranza e dell’incoscienza. Ma se in Omero la luce è ancora un valore positivo, affermativo, in Sofocle essa si carica di ambiguità. Come Aiace, anche Edipo è avvolto da un’oscurità che ha qualcosa di divino e tragico insieme: il re tebano, al termine dell’Edipo Re, dopo aver scoperto l’efferatezza dei crimini commessi, il parricidio e l’incesto con Giocasta, madre e moglie, si auto-condanna alla cecità, che è la conseguenza di un disvelamento, è frutto di una verità scoperta troppo tardi.
Proprio questa oscurità, tuttavia, conduce Edipo a una nuova luce, non fisica ma interiore: quella della consapevolezza, del riconoscimento del proprio destino e del proprio ruolo. Se Aiace chiede di essere esposto alla luce per morire con onore, Edipo attraversa l’oscurità per giungere alla luce del senso, per affrontare la morte con la piena coscienza di sé, una morte stavolta priva di violenza, pacificata e pacificante, essendo divenuto Edipo – nel paradosso tipico del tragico – più veggente da cieco che da re di Tebe. Di questo percorso spirituale tratta l’Edipo a Colono sofocleo, che la recente messinscena al Teatro Greco di Siracusa (2025) abilmente raccoglie e rilancia, proponendo una profonda riflessione sulla finitudine umana. Per la 60ª Stagione dell’INDA, immerso in una rarefatta, lirica e intensa estetica, a tre anni dal suo Edipo Re, il regista canadese Robert Carsen porta in scena la seconda tappa del dittico sofocleo nella traduzione di Francesco Morosi con la stessa équipe e i medesimi attori, ora profondamente maturati. Lo stesso Carsen afferma:
Cfr. J.P. Vernant, Mito e pensiero presso i greci. Studi di psicologia storica, Torino, Einaudi, 1978.