Il nostro percorso comincia con una danza mancante. La questione della Tarantella danzata dalla protagonista di Casa di bambola di Ibsen infatti è intrigante. Si tratta di un momento essenziale del dramma in cui la danza è il luogo della metamorfosi, della guarigione. Ibsen sceglie infatti per Nora il tipico ballo del sud Italia, consapevole delle radici sacre e purificatrici della danza. Secondo Hofmannsthal, Duse danzava la Tarantella nell’allestimento del 1892, mentre nella ripresa del 1906 il ballo fu invece tagliato. In quell’occasione, Duse si presentò vestita da Arlecchino, suscitando l’apprezzamento da parte della critica inglese che percepiva la danza come una stonatura all’interno del dramma.
Le didascalie dei drammi scritti da d’Annunzio per «Eleonora Duse dalle belle mani», e da lei interpretati, rivelano invece un immaginario coreutico che si compenetra con l’accreditata qualità di presenza nel gesto e con lo stile recitativo dell’attrice. Per esempio, nel poema tragico Sogno di un mattino di primavera (1897), la Demente «tende le braccia verso il sole; poi vacilla abbagliata», «si inclina verso gli innumerevoli fiori, in ascolto», «si ritrae con un passo lieve e tacito, quasi che ella sia calzata di musco», «si piega su un fianco, tocca il suolo con una tempia». Se poste una accanto all’altra, queste indicazioni compongono una sequenza cinetica, la danza di una ninfa dal corpo flessuoso ed elastico, legata simbioticamente alla natura. Menade flessuosa, colta nell’ebrezza con il capo riverso all’indietro, caratteristico segno di incontrollato e sensuale abbandono dell’immaginario simbolista, è anche la Comnéna, protagonista del dramma La Gloria (1899), mentre più drammatico è il gesto che d’Annunzio immagina per Anna, la veggente cieca de La città morta (1898). Anna lentamente «si scopre il viso e protende le palme concave», o ancora a «un tratto si lascia cadere a pie’ della colonna, senza alcun rumore, con la leggerezza tacita d’un velo che si ripieghi».
La parola di d’Annunzio accarezza la forma del gesto e impreziosisce la sua dinamica in modo da suggerire la continuità dell’azione, che è propria della danza. Ciò accade, a nostro avviso, non per la sola sovrapposizione della fascinazione di d’Annunzio per la danza (ben analizzata da Veroli), quanto anche per una serie di intuizioni e impulsi di Duse che il poeta traduce nel corpo della sua parola e registra nelle didascalie.
Anche la preziosa biblioteca di Duse, rivela inoltre il suo interesse per la danza: qui troviamo una copia di Histoire de la danse à travers les âges di Ménil de Félicien, un volume pubblicato nel 1905 in cui l’autore, compositore ed esperantista, traccia le fasi principali di evoluzione della danza, dalle forme più istintive a quelle codificate, dividendo il saggio in due parti (le danze sacre e le danze profane).
Nel primo Novecento, la danza entra inoltre in modo evidente nella vita di Eleonora grazie all’amicizia con Isadora Duncan, per mediazione della quale Duse conoscerà lo scenografo Edward Gordon Craig. A giudicare dai messaggi scambiati fra loro, e dalla testimonianza lasciata da Duncan nella sua biografia, il legame fra le due donne, inaugurato nel 1903, era fondato su una reciproca stima e su un affettuoso sostegno nei momenti più difficili delle loro esistenze, come la separazione da d’Annunzio per Duse e l’atroce lutto per la morte dei figli per Isadora. Eleonora e Isadora, sebbene differenti per età e cultura, avevano diversi tratti in comune: autodidatte, precoci lavoratrici, abilissime nella promozione del loro lavoro, femministe e impegnate nei confronti delle nuove generazioni di artiste. Profondissimo è il segno che entrambe hanno lasciato nella storia del Novecento, un segno che travalica i rispettivi ambiti disciplinari per fondersi nell’ipotesi della creazione congiunta di una nuova idea di interprete femminile.
Sebbene Duse e Duncan non abbiano mai collaborato artisticamente, esse sembrano infatti essersi reciprocamente influenzate, o sembrano quanto meno esprimere tensioni analoghe a proposito della costruzione di una nuova drammaturgia fisica, leggibile nell’utilizzo di segni espressivi coerenti in relazione allo spazio e allo specifico del corpo in scena. La contiguità della loro ricerca induce anche Stanislavskij a comparare il lavoro delle due artiste.
Sulla Tarantella in Casa di Bambola si rinvia a: D. S. Alamri, N. M. Alkhalagi, ‘A Doll’s House Tarantella: the Power of Transformation’, International Journal of Humanities and Social Science Invention, v. 11, n. 4, s. 1, April 2022, pp. 58-64; S. Christensen, ‘Nora’s Tarantella: Dancing on the Edge of Gender Norms’, Kultura, 2012, n. 136, pp. 163-175.
Così recita la dedica che introduce il dramma La Gioconda (1898).
G. d’Annunzio, Sogno d’un mattino di primavera, scena III e V, in G. d’Annunzio, Tutto il teatro, Newton, Roma, 1995, pp. 15, 22, 24.
A proposito dell’immaginario sulla danzatrice tra XIX e XX secolo si veda: B. Dijkstra, ‘Fiori velenosi. Le menadi della decadenza e il lamento ardente delle sirene’, in B. Dijkstra, Idoli di Perversità, Milano, Garzanti, 1988.
G. D’Annunzio, La Gloria, atto I, scena V.
G. D’Annunzio, La città morta, atto I, scena I
G. D’Annunzio, La città morta, atto III, scena III.
P. Veroli, Baccanti e dive dell’aria, pp. 55-84.
Alla biblioteca ritrovata di Eleonora Duse è dedicato: A. Sica, A. Wilson, The Murray Edwards Duse collection, Milano-Udine, Mimesis, 2012.
M. De Félicien, Histoire de la danse à travers les âges, Paris, Alcide Picard & Kaan, 1905.
I. Duncan, La mia vita, (prefazione di Eugenia Casini Ropa), Roma, Dino Audino, 2014.
S. Franco, ‘Eleonora Duse e Isadora Duncan. Soggettività, immaginari, rappresentazioni’, in M.I. Biggi, P. Puppa (a cura di), Voci e anime, corpi e scritture. Atti del Convegno Internazionale su Eleonora Duse, Venezia, 2008, Roma, Bulzoni, 2009, pp. 495-509.